Essere sempre radicati e fondati nella fede

Essere sempre radicati e fondati nella fede

In occasione del Solenne Pontificale nella festa dei Santi Patroni,
che si è tenuto questa mattina nella Cattedrale di Lecce,

il cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo,
 ha pronunciato la seguente Omelia

 

 

 

Lecce, 26 agosto 2013

1. È questa la grazia che nella preghiera colletta abbiamo chiesto a Dio Padre per intercessione dei Santi Oronzo, Fortunato e Giusto. È questo il messaggio perenne che essi ogni anno ci rivolgono con l’esempio fulgidissimo della loro costanza nella confessione della fede, sino al martirio. Ma nell’Anno della Fede risuona più esigente e stimolante. È la voce del sangue che ci esorta a tendere con crescente impegno verso le mete di questo particolare evento di grazia, indicate con lungimiranza profetica da Papa Benedetto nel motu proprio “Porta Fidei”, riproposte con passione coinvolgente dal Papa Francesco nell’Enciclica “Lumen fidei” e lucidamente contestualizzate dal nostro Arcivescovo nella Lettera Pastorale “Attraversare la Porta”: “riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo”, in modo da “conoscere meglio e trasmettere alle generazioni future la fede di sempre”.

2. Nel cammino di fede ci hanno preceduti i nostri Santi Patroni, primi cristiani, primi evangelizzatori, primi martiri di Lecce e del Salento.

Sono essi i nostri antenati, gli uomini illustri e virtuosi, dei quali il Siracide nella prima lettura ha esortato noi, loro discendenza, a tessere l’elogio, conservando e trasmettendo fedelmente alle nuove generazioni la preziosa eredità che essi ci hanno lasciato, perché i loro meriti non siano dimenticati, la loro gloria non sia offuscata e il loro nome viva per sempre. È certamente doveroso ricordare quanto la tradizione dei padri da secoli ci ha tramandato sull’avventura missionaria di Giusto, discepolo dell’Apostolo Paolo, sbarcato sulle nostre coste et causa di un naufragio, accolto dal nobile patrizio leccese Oronzo che non solo convertì alla fede insieme col nipote Fortunato, ma fece anche ordinare vescovo a Corinto dall’Apostolo delle genti.

È anche doveroso ricordare la grande fiducia che i nostri padri hanno avuto nella loro protezione nei momenti più difficili della nostra storia e soprattutto in occasione di calamità naturali, esperimentandone l’efficacia fondata su una promessa mai dimenticata dal popolo salentino: “Protexi et protegam”. “Ti ho protetto e Ti proteggerò”. Ma più doveroso è ricordare e accogliere il loro messaggio.

3. Lo rivolgono particolarmente a noi, Vescovi e Sacerdoti. I Santi Oronzo e Fortunato con l’eroica testimonianza della carità pastorale. Lo rivolge particolarmente a voi, fratelli e sorelle laici, San Giusto, un laico come voi, con l’entusiasmo missionario nel trasmettere la fede. Agli albori della nostra Chiesa leccese Oronzo e il successore Fortunato sono stati le sue prime colonne: vere icone sacramentali di Cristo buon Pastore, che ha dato la prova suprema del suo amore, quella della vita, come ci ha ricordato lui stesso nel Vangelo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici”.

4. Confratelli carissimi, nel cammino di conversione caratteristico dell’Anno della Fede essi ci invitano a ravvivare la grazia dell’Ordinazione. È un invito che giunge anzitutto a me nel sessantesimo anniversario dell’Ordinazione sacerdotale e nel quarantesimo di quella episcopale: due eventi sacramentali che con squisita sensibilità il nostro amato Arcivescovo. Mons. Domenico D’Ambrosio, che ringrazio di cuore, ha voluto far celebrare in questo giorno solenne di festa e qui, nella Cattedral.e, cuore della nostra Chiesa di Lecce, alla quale sono rimasto sempre legato, come un figlio alla madre, anche se fisicamente lontano, da Oria a Foggia, da Bovino a Troia, da Taranto a Palermo, a Roma. Da qui ho mosso i primi passi verso l’Ordinazione presbiterale, celebrata nella Chiesa di Vernole il 28 giugno 1953. E qui ho ricevuto quella Episcopale il 27 dicembre 1973: ambedue attraverso l’imposizione delle mani di uno dei più grandi e indimenticabili successori di Sant’Oronzo, Mons. Francesco Minerva. Lo ricordo con immensa gratitudine per l’esempio di vita sacerdotale e di dedizione pastorale lasciato a tutti noi per oltre trent’anni all’insegna di una sentita devozione ai nostri Santi Protettori. E non è senza significato che il Signore lo abbia chiamato a sé il 24 agosto di nove anni fa nel primo giorno delle feste patronali. Un sincero grazie per la loro presenza rivolgo ai venerati e amati Confratelli Vescovi leccesi, l’Arcivescovo di Otranto Mons. Donato Negro, il Vescovo di Albano Mons. Marcello Semeraro e il Neoeletto Vescovo di Nardò-Gallipoli, Mons. Fernando Filagrana, e indistintamente a tutti voi, sacerdoti del presbiterio di Lecce, al quale mi sento sempre onorato di appartenere, per l’affetto, la preghiera e il buon esempio che ho ricevuto da voi soprattutto nei primi venti anni del ministero sacerdotale, a contatto con stupende figure di sacerdoti, come il Servi di Dio Mons. Nicola Riezzo e Mons. Ugo De Blasi, e per me il più caro dei confratelli, Mons. Vito De Grisantis. E alla luce degli esempi luminosi di San Filippo Smaldone, come a Palermo del beato Pino Puglisi al quale ho dedicato il giubileo sacerdotale. Un particolare augurio per il medesimo giubileo sacerdotale rivolgo a Mons. Rosario Cisternino e don Alfredo Quarta miei compagni di Ordinazione, insieme a don Pietro Cocciolo che lo celebra nella liturgia del cielo.

5. Confratelli carissimi, i Santi Vescovi Oronzo e Fortunato ci ricordano che siamo stati scelti, chiamati, consacrati e mandati per annunziare, celebrare e servire il Vangelo della speranza che non delude, Gesù Cristo Crocifisso e risorto, vivente nella sua Chiesa. E ci vogliono, come sono stati loro, sacerdoti santi e santificatori. Configurati con l’Ordinazione in tutto il nostro essere a lui, unico sommo ed eterno sacerdote, capo servo, pastore e sposo della Chiesa, a lui, umile, povero casto e .obbediente, dobbiamo conformarci nella vita e nel ministero: corrisponderemo così più gioiosamente al dono della sua amicizia che ci ha ricordato or ora nel Vangelo: “Non vi chiamo più servi … ma amici”.

Personalmente, mentre non finisco di ringraziare il Signore per i doni ricevuti per sola sua benevolenza, rinnovo a Lui e davanti a voi le promesse dell’Ordinazione e chiedo a Lui e a voi perdono delle mie incorrispondenze, ripetendo col Salmista: “Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici; egli perdona tutte le tue colpe, ti circonda di bontà e di misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza” (Sal 103,1-5).

 

6. . Sorelle e fratelli carissimi, a tutti noi senza distinzioni, sacerdoti e laici, i nostri Santi, che col martirio cruento hanno dato la testimonianza suprema della fede, rivolgono l’esortazione a dare la testimonianza del martirio incruento, restando radicati e fondati nella fede, che, come ci ha ricordato San Giovanni nella seconda lettura, è la vittoria che ha sconfitto il mondo. Non possiamo ignorare la crisi di fede che investe paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, dove essa appare fragile, stanca, evanescente, demotivata, per diverse ragioni : da quelle interne, come l’ignoranza religiosa e l’incoerenza della vita cristiana, alle sfide esterne da parte delle culture dominanti. La fede è messa alla prova dal secolarismo terrenista e scientista, che mette tra parentesi Dio, ritenendolo un ostacolo all’affermazione e al progresso dell’uomo, il quale sarebbe in grado di costruire il suo futuro senza Dio, pretendendo addirittura di prenderne il posto col progresso indefinito della scienza e della tecnica.

La fede è corrosa dal materialismo pratico, preoccupato solo o prevalentemente del benessere materiale da raggiungere idolatrando il denaro, il potere, il piacere, il successo, ma dimenticando che, se non sono sorretti, orientati e guidati da chiare convinzioni morali, lo stesso benessere economico e il progresso scientifico e tecnico possono ritorcersi contro l’uomo, creando nuove forme di schiavitù e di ingiustizie. La fede è insidiata dal relativismo etico, permissivo e libertario, che sganciando la libertà da ogni norma morale la degrada a libertinaggio, compromettendo la sicurezza sociale e la stessa stabilità della famiglia, che forze culturali, sociali e politiche tentano di delegittimarla. Per queste ragioni è necessaria da parte di noi cristiani una testimonianza di fede più robusta e convinta, più visibile e incisiva, più illuminante e persuasiva, più entusiasta ed entusiasmante, più missionaria e dialogante. Giacché nella società, ormai definita post-moderna, non s’è spento del tutto il bisogno di Dio e della trascendenza, che anzi si fa più vivo e angoscioso, anche se inconfessato e spesso incanalato verso le forme degradate della superstizione, dello spiritismo e della magia. In una parola occorre essere più radicati e fondati sulla fede.

7. Ciò significa, anzitutto, credere a Dio, conoscere, cioè, e accettare le verità da lui rivelate nella Sacra Scrittura e nella Tradizione viva della Chiesa, il cui Magistero ne è l’unico interprete autentico della sua Parola, voluto dal Signore. Con forte senso ecclesiale, perciò, prendiamo, o riprendiamo in mano la Bibbia e il Catechismo della Chiesa Cattolica, che non dovrebbero mancare i nessuna famiglia: non cederemo così all’analfabetismo religioso. Significa soprattutto credere in Dio, affidarsi cioè con fiducia filiale al suo cuore di Padre, che reso visibile, udibile, palpabile in Gesù Cristo suo Figlio per opera dello Spirito Santo, nel non facile cammino della vita terrena verso l’eternità della sua Casa ci inonda di luce con la sua verità, di grazia con i sacramenti e di gioia col suo amore.

Essere fondati sulla fede significa di conseguenza testimoniarla con coerenza, senza fratture tra il credere e l’operare, sia nella vita privata come in quella pubblica, memori come Papa Francesco ha precisato nell’Enciclica che “la luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane e ci aiuta a edificare la nostra società in modo che cammini verso un futuro di speranza”. Significa professare il proprio credo con coraggio, in casa, in ufficio, a scuola, sul posto di lavoro, senza vergognarci del nome di Cristo e del suo Vangelo . Se i Santi Oronzo, Giusto e Fortunato hanno sacrificato la vita per non tradire la fede, noi dobbiamo essere capaci di sacrificare beni di molto inferiori, interessi effimeri e traguardi illusori, per non smentire il nostro Battesimo, Ce lo ricordano anche gli 800 Martiri otrantini, salentini come noi, e lo stuolo interminabile di cristiani perseguitati e martirizzati ai nostri giorni in tante parti del mondo e che non può lasciarci indifferenti. Significa sentire la gioia e l’entusiasmo nell’annunciare, difendere e diffondere le verità del Vangelo su tutti gli aspetti della vita personale, familiare, culturale, economica, sociale e politica, senza lasciarci blandire dalle ideologie, irretire dai compromessi, imbavagliare dalla paura, sapendo andare, decisamente, quando occorre, anche contro corrente. Significa, infine, rendere autentica e credibile la fede con la testimonianza della carità; dell’ amore scambievole, che è l’unica nostra tessera di identità del cristiano; dell’amore solidale e operoso, che conosce e apprezza la sobrietà per aprirsi con generosità alle periferie esistenziali del mondo e alle necessità dei fratelli più bisognosi di casa nostra, con i quali il Signore ha voluto identificarsi e per i quali la nostra Chiesa leccese manifesta esemplare e fattiva predilezione.

8. Fratelli e sorelle di Lecce, ascoltiamo con gioia la voce del sangue dei nostri Santi; non sperdiamo il patrimonio di fede che ci hanno lasciato. Custodiamolo come il tesoro più prezioso della nostra storia. Trasmettiamolo, con l’esempio e con la parola, alle nuove generazioni, perché riscoprano, con la bellezza della fede, gli alti ideali di vita e gli autentici valori morali e sociali che ne derivano.

È questo il vero senso della Festa che non può ridursi a solo sentimento e folklore. È questa l’offerta spirituale più gradita a Dio, che deponiamo sull’altare del sacrificio eucaristico, attraverso le mani e l’intercessione della Madonna Assunta in cielo e dei nostri Santi.Sarà cosi più agevole – e questo è il mio augurio – assicurare alla nostra Città un futuro più ricco di speranza, costruendola sui valori perenni del Regno di Dio, che, come canta la liturgia, è il Regno della verità e della vita, il Regno della santità e della grazia, il Regno della giustizia, dell’amore e della pace.

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