Don Gianni Mattia: PRETE E…CLOWN

Don Gianni Mattia: PRETE E…CLOWN

“In rianimazione ricevetti il mandato del sorriso”

Missione straordinaria/Il cappellano ospedaliero non compie solo assistenza, ma si accosta con profondo rispetto alla cattedra del dolore e trova nella preghiera la forza di sopportare la malattia.


Sono preti, ma in camice bianco. Prestano assistenza laddove esserci conta veramente, divenendo la risposta concreta a chi s’interroga su dove sia Dio mentre l’uomo soffre. Basta osservarli per avere chiara l’idea di carità, quella vera, quella vissuta tra i corridoi di un ospedale dove, ogni giorno, i sorrisi che accompagnano una nuova vita si confondono con le lacrime per un’esistenza spezzata. A parlarci dell’attività del cappellano ospedaliero, don Gianni Mattia, cappellano al “Vito Fazzi” di Lecce dal 1 ottobre 1998; un prete speciale che, dopo l’incontro con una ragazza ricoverata nel reparto di rianimazione, decise di fare del suo sacerdozio un mandato del sorriso, specializzandosi come missionario clown. Frequentò corsi di clown terapia in tutta Italia, finché non decise di organizzarli all’interno del “V. Fazzi” di Lecce ottenendo l’adesione di un gran numero di volontari che, oggi, operano anche negli ospedali di Galatina, Gallipoli e Casarano.

Grazie ai dipendenti del “V. Fazzi” che vollero far convogliare una quota della propria busta paga in un Fondo di Solidarietà Permanente, nel 2001 si diede vita alla Onlus “Cuore e mani aperte verso chi soffre”. Negli anni l’associazione ha realizzato diversi progetti tra cui la casa di accoglienza per i familiari dei degenti – che offre il suo valido servizio grazie al costante impegno della Comunità delle Figlie della Carità – ela Bimbulanza, la prima ambulanza pediatria del sud adibita al trasporto dei piccoli pazienti da e per l’ospedale.

Il Dirigente Generale della Asl di Lecce, Dr. Valdo Mellone, ha recentemente ribadito l’importanza dei cappellani all’interno degli ospedali. Secondo lei, anche a causa della crisi, oggi il malato è psicologicamente più fragile rispetto al passato?

Il malato soffre se non si sente accolto e adeguatamente assistito. Sicuramente, la particolare situazione che stiamo vivendo, non rende facile alcun tipo di intervento in ambito umano e noi stiamo lavorando proprio per l’umanizzazione dell’assistenza. Attraverso iniziative come la Bimbulanza, la casa di accoglienza e grazie all’azione costante dei volontari cerchiamo di rendere più confortevole la permanenza degli ammalati nell’ospedale. Il mio apporto nei loro confronti, però, non è soltanto sacramentale; cerco piuttosto di accostarmi alle loro necessità (dal guardaroba all’organizzazione del trasferimento in altro Presidio). La mia azione, come quella preziosissima dei Ministri straordinari che offrono il loro servizio all’interno del “V. Fazzi”, non è solo di assistenza: nel nostro agire si colloca la dimensione della carità, del servizio al più povero, a colui che è solo e non si sente rispettato. In sostanza, laddove i servizi sociali non possono arrivare, cerchiamo di arrivarci noi come Chiesa.

Un po’ preti, un po’ psicologi. Spesso testimoni degli ultimi momenti di vita dei degenti. Come si riesce ad essere d’aiuto senza sentirsi, però, schiacciati da tanta sofferenza?

Mantenere una certa distanza emotiva è la prima indicazione data durante il corso. E’ molto difficile, ma è necessario non farsi soffocare dal dolore che ci circonda per poter trovare in noi, nuovamente, un sorriso da offrire; personalmente scarico la tensione correndo, immergendomi nella natura a meditare. Chi svolge attività di assistenza in ospedale viene spesso descritto come una persona di grande sensibilità, ma la verità è che per vivere accanto a chi soffre è necessario essere sensibili e forti al tempo stesso. Accade anche a noi, infatti, di non avere parole soprattutto quando in quel letto di ospedale, attaccato al respiratore, c’è un bambino con gli occhi che guardano nel vuoto, occhi che alle volte riescono persino a comunicare.

Può parlarci di un caso che, in questi anni di servizio accanto a tanti capezzali, l’ha segnata in modo particolare?

Sono tante le storie e le persone  che hanno segnato la mia vita. Mi è rimasta impressa la storia di un bambino che, a seguito di un incidente, rimase orfano e paraplegico… quello fu un momento particolarmente difficile per me. Ma in ospedale c’è anche chi ha sconfitto un tumore, chi è uscito dalla rianimazione o chi, giovanissimo, pur con gli arti amputati, dimostra un disarmante attaccamento alla vita. Quello che può dire un malato, dalla cattedra del dolore, non posso dirlo io che sto bene e le parole di un sofferente insegnano più di quanto potrebbe fare qualsiasi mentore, qualsiasi manuale.

Ha qualche rammarico in relazione all’attività di cappellano ospedaliero?

L’amarezza più grande è per una lotta che non sono riuscito a vincere, quella contro l’aborto. Ho combattuto tanto per fare un cimitero per bambini non nati ma, al momento, non ho avuto riscontri. Sarebbe bello che quelli che molti chiamano “prodotti”, venissero sepolti restituendo la dignità che spetta loro, la dignità di bambini, di vite umane! Ogni martedì, la giornata dedicata alle IVG (Interruzioni Volontarie di Gravidanza), nel nostro ospedale vengono praticati dagli 8 ai 14 aborti, cui si aggiungono gli aborti terapeutici. Vorrei che tutte le parrocchie della nostra Diocesi e i Centri per la Vita sensibilizzassero al discorso dell’aborto, troppo spesso taciuto.

Qual è la domanda più difficile che i pazienti le pongono?

“Perché”. Ma al perché io non ho risposta; la sofferenza rimane un mistero. Ci si può solo rivolgere a Dio per chiedere il senso di questa sofferenza – che non so se si potrà comprendere su questa terra – e la forza per sopportarla. Non bisogna dimenticare che Dio è amore e, in quanto Onnipotente, ha la capacità di stupire. Di fronte a questa presa di coscienza l’unica cosa che può salvarci è la preghiera che forse non è in grado di eliminare la sofferenza, però, ci aiuta a sopportarla.

Data la presenza di pazienti di nazionalità e culture diverse, qualcuno sostiene che negli ospedali dovrebbero esserci anche religiosi appartenenti ad altre confessioni. Cosa pensa in merito?

Fino ad oggi non ci sono state richieste in merito, anche perché qui al sud circa l’85% sono cattolici, ma se un paziente e un familiare dovesse chiedere di avere un contatto con un ministro di un altro culto, io asseconderei la richiesta. Sono entrati in ospedale ministri dei testimoni di Geova e, assieme a loro, siamo aperti all’accoglienza di tutti gli altri.

Se è dovere dello Stato assicurare la buona salute dei cittadini, c’è davvero bisogno del volontariato?

Il volontario non si sostituisce al personale medico. La sua è, piuttosto, una figura di accompagnamento e supporto, una figura per cui il paziente non è un numero o una patologia, ma una persona che ha bisogno anche di ascolto. L’umanizzazione del mondo della salute è dettata anche da questo. In ospedale abbiamo circa 80 volontari che ogni giorno fanno clown-terapia nei reparti di pediatria, ortopedia e psichiatria, cui si aggiungono occasionalmente anche altri gruppi di volontari che offrono, tra i vari servizi, anche quello di counseling.

  Serena Carbone

LA TESTIMONIANZA DI LUIGIA, UNA PIONIERA DEL VOLONTARIATO IN OSPEDALE

“QUANDO LE SOFFERENZE DEGLI ALTRI DIVENTANO LE TUE”

Già dall’accoglienza mi ha dato la possi­bilità di poter tocca­re con mano la sua ricchezza interiore. La signora Luigia Quarta è tra le prime testimoni del volonta­riato in ospedale, svolto per 21 anni. La sua attività ha origine all’inizio degli anni ’80, quando il primario del reparto di riani­mazione del vecchio Vito Fazzi, il dott. Gismondi, insieme a don Gaetano Quarta iniziano a pensare a delle forme di vo­lontariato per quel reparto così “difficile”, pensano proprio a lei come la persona adatta per dar vita al progetto. È così che Lui­gia ed un’altra signora iniziano con molto impegno e costanza la missione di offrire assistenza per tre giorni a settimana, ai degenti della rianimazione che hanno bisogno di una mano per mangiare, lavarsi, radersi. Il tutto accompagnato dallo stare accanto a queste persone facendo loro compagnia e dan­do la possibilità di dialogare quando possibile. Per tale motivo spesso gli ammalati le aspettavano con ansia (…e mentre parliamo di tanto in tanto Luigia cede ai ricordi rendendomi partecipe di tanti affettuosi particolari della sua vita di volontaria…).

Come per tutti i progetti non sono mancate le difficoltà. All’inizio questo servizio non era ben visto dal personale infermieristico per­ché, non essendo ben compreso lo spirito del volontariato, c’era il ti­more che venisse compiuto per poi avere un lavoro, non era poi facile trovare altre persone disponibili a dedicarsi a questo servizio oppure capitava spesso che iniziassero ma non avessero poi la forza per rimanere a lungo. Non mancava­no momenti di crisi e difficoltà personale perché “… non è facile affrontare il dolore in luoghi in cui le sofferenze degli altri diventano le tue”. Dopo qualche anno, il vescovo, riconoscendo l’importanza del volontariato diede l’incarico a don Pasquale De Luca di formare una vera e propria associazione e il 2 maggio del 1985 furono in 9 ad andare da un notaio per costitui­re l’Avo (Associazione volontari ospedalieri) che opera tuttora nell’ospedale e conta più di 50 operatori attivi tutti i reparti.

Luigia racconta che almeno una sera a settimana si riunivano sia per incontri di spiritualità, promossi da don Pasquale (e successivi cappellani dell’ospe­dale fino all’attuale don Gianni Mattia), sia per la formazione specifica con dei corsi tenuti dai vari medici. Prima di andar via chiedo a Luigia cosa l’ha spinta per tanto tempo ad andare avanti in questo servizio di volontaria­to: “l’amore per il prossimo e per Dio, solo quello ti fa fare tutto, senza l’amore non si può fare niente…”, risponde con emozio­ne e tanta timidezza.

Serena Favale

 

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