Messaggio alla chiesa di lecce

Messaggio alla chiesa di lecce

 LE MIE BRACCIA  ALZATE  PER VOI 

Lettera di saluto alla Chiesa di Lecce

 Domenico Umberto D’Ambrosio 

 

Carissimi tutti, 

devo confessarvi che, nonostante sforzi e tentativi vari, non sono riuscito a mettere mano a uno scritto che potesse avere il sapore di una qualche consegna da affidarvi quasi sintesi di scelte impegnative e ricordi operosi degli otto anni che le misteriose vie della provvidenza mi hanno dato da vivere con voi in questa santa Chiesa di Lecce. 

Non posso non riandare al 4 luglio 2009, il giorno dell’inizio del mio ministero a Lecce e a quella bellissima sensazione che ho vissuto entrando in piazza Duomo. Ho fatto fatica nell’attraversare lo stretto ingresso delimitato dai propilei, ma subito mi sono sentito accolto e protetto dall’abbraccio della piazza e delle migliaia di mani e braccia che si protendevano verso di me. 

Mi mancherà la composita e dinamica architettura di questa nostra piazza, così come più volte al giorno la contemplavo dalla superba balconata dell’episcopio, spazio che apriva il mio primo mattutino rosario per la città che ancora sonnacchiosa tentava di riprendere il suo lavoro quotidiano; la superba e altezzosa mole del Campanile, la chiassosa accoglienza dell’arco di trionfo dominato dalla nicchia con Sant’Oronzo e dall’ingresso laterale del nostro maggior tempio, attraversato quotidianamente dalle frotte scomposte e irriverenti di turisti e visitatori, il silenzioso e austero ingresso centrale con il portone di bronzo che sintetizza un arco di storia importante della nostra Chiesa e il suo visitatore più illustre e santo: Giovanni Paolo II accolto dal grande pastore mons. Cosmo Francesco Ruppi. 

Mi mancherà il palazzo del Seminario che racconta tra le sue mura la storia di migliaia di adolescenti e giovani nell’itinerario di preparazione al sacerdozio e oggi la fervida attività delle strutture a servizio di tutta la diocesi con gli uffici di Curia e la sede del nostro locus theologicus: l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano “don Tonino Bello”. 

Di sicuro sentirò la mancanza della mia passeggiata alle prime luci dell’alba lungo le vie, gli angoli, le corti, le piazze del centro storico che mi svelavano la cura e la bellezza della pietra ricamata che la rende animata, bella, ricercata e attraente. 

Sono certo che spesso per vincere la nostalgia abbandonandomi al ricordo continuerò ad avvertire anche da lontano la sensazione del grande abbraccio con cui mi avete accolto in piazza Duomo. 

Il grande amore che mi avete donato in questi anni in molti modi non si deteriora o impoverisce per la distanza fisica che ci separerà: cosa saranno 320 chilometri? L’amore quando è vero, viene accatastato nel cuore e perciò diventa quasi impossibile annullarlo. 

Vi posso assicurare che mi sono garantito uno spazio e un tempo dove potrò trovarvi sempre: lo spazio è quello delle mie braccia alzate e il tempo è quello della preghiera nella quale si materializzeranno i vostri volti, spie di storie vissute e condivise. 

Volevo con questa mia confidenziale lettera assicurarvi che la forza del legame che mi ha stretto a tutti voi – ragazzi, giovani, adulti, anziani, ammalati, ospiti della casa circondariale, autorità di ogni ordine e grado, religiosi/e, presbiteri – non allenterà, di sicuro in me, il ricordo e l’affetto verso di voi ma soprattutto la gratitudine per il molto che mi avete donato. A questo molto la mia risposta è stata inferiore alle vostre attese perché – ahimè – dovevo e potevo darvi di più.

Farò degli anni che il Signore mi darà ancora da vivere un tempo di grazia nel silenzio e nel nascondimento, come Gesù a Nazareth, aperto però all’accoglienza di quanti mi cercheranno per essere aiutati a precorrere la strada che conduce all’incontro con il Padre che sa aspettare. Darò ampio spazio al ministero della consolazione dedicando molto del mio tempo agli anziani e agli ammalati. Di certo dovunque sarò vi porterò con me al Signore. 

Molti di voi già sanno che vivrò questi ultimi anni della mia vita a San Giovanni Rotondo all’ombra e sotto la protezione di San Pio da Pietrelcina. Questo nostro Santo mi è stato vicino sempre e la sua intercessione ha ottenuto per me quello che mi era necessario per continuare ad essere segno forte, sicuro e operoso di quel grande dono che il Signore ha voluto per me: il ministero sacerdotale e quello episcopale! 

Un segreto che confido alle persone che mi vogliono bene. Con San Pio avevo un grosso debito. Avendolo estinto potevo venire e sono venuto tra voi! 

Qualunque sarà la motivazione che condurrà molti di voi in quella terra, sappiate che sarò contento di accogliervi e godere di quel legame che né anni, né distanze, né perdite di memoria potranno indebolire. 

Immensa e dovuta la gratitudine per ciascuno di voi che si evince dal grande, commosso e affettuoso abbraccio e dalla benedizione nel nome del Signore Gesù che ha fatto incrociare i nostri passi 

Lecce 4 novembre 2017, memoria di San Carlo Borromeo 

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