articolo ripreso da portalecce

Giovedì sera si è svolta a Lecce, presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa, la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Michele Seccia a chiusura dell’“anno accademico” della Scuola diocesana di formazione teologica.

 

 

 

All’inizio della messa, don Pietro Quarta, vicario per la forania di Lecce, ha presentato sia all’arcivescovo sia ai partecipanti al sacro convito, le modalità con le quali si sono svolte le attività di docenza e di discenza della Scuola di teologia diocesana. Esse - le attività - sono state portate al termine, ha affermato don Pietro Quarta, con regolarità e sistematicità nonostante i numerosi disagi che il Covid-19 ha causato.

La scuola, come ha spesso ripetuto il celebrante nel corso dell’omelia, è una bellissima iniziativa che aiuta in maniera non trascurabile la Chiesa locale poiché tutti i formandi, assieme ai consacrati, possono educare i loro confratelli affinché quest’ultimi guardino con occhi differenti sia la bellissima realtà della Chiesa particolare, sia la dimensione includente della Chiesa universale.

Frequentare la Scuola di formazione teologica diocesana è dunque - come ha ribadito più volte mons. Seccia - una vera a propria vocazione per tre motivi: i discenti svolgono un servizio utile alla diocesi; la Chiesa locale scegli, in maniera analoga al sacramento dell’Ordine, i propri aiutanti; essere iscritto alla scuola è una delle modalità per approfondire la propria relazione con il Signore.

Si consiglia quindi a tutte le persone maggiorenni di frequentare la scuola poc’anzi citata poiché è compito del cristiano portare a tutti gli angoli del mondo la Buona Novella - ricordiamo che i discepoli chiamavano Gesù «katekizos» proprio perché istruiva i suoi seguaci alla verità - e soprattutto entrare con maggiore profondità in dialogo con Cristo e questo non avviene solamente con la preghiera, ma soprattutto con lo studio.

Possiamo dunque riassumere il fine dell’esistenza del cristiano con l’espressione latina del «quaerere Deum» (cercare Dio) e quello della vita diocesana con la famosa frase di Sant’Alberto Magno «in dulcedine societatis, quaerere Veritatem» (nella dolcezza della fraternità, cercare la verità).