articolo ripreso da portalecce

A margine della Messa del Crisma presieduta mercoledì scorso nella chiesa cattedrale di Lecce dall’arcivescovo Michele Seccia, pubblichiamo integralmente le riflessioni proposte all’assemblea dal vicario generale, mons. Luigi Manca, nell’indirizzo di saluto iniziale.

 

 


Nessuno di noi nella Messa crismale dell’anno scorso avrebbe immaginato di ritrovarsi punto e daccapo, in piena emergenza pandemia, ancora con tante limitazioni.
Come credenti  abbiamo imparato cosa vuol dire “la fede messa alla prova”, come responsabili di comunità abbiamo fatto esperienza di cosa vuol dire fare i pastori senza poter fare pastorale, o fare pastorale al limite della sobrietà.
Alcuni modelli pastorali non sono più riproponibili, i profondi cambiamenti impongono anche a noi una altrettanto profonda revisione dell’azione pastorale.
La celebrazione odierna ci dice che dobbiamo ripartire dalla essenzialità della vita sacramentale, dalla centralità della Parola di Dio e dell’Eucaristia, attorno a cui ruota tutta la vita sacramentale.
In questa prospettiva, mi sembrano particolarmente significative alcune delle sue insistenze, eccellenza, in tante omelie e meditazioni: l’insistenza a mettere i fedeli nelle condizioni di assimilare la Parola che viene proclamata nella liturgia (Lei dice: portare a casa almeno una frase) e l’altra insistenza a immedesimarci il più possibile in quelle parole della preghiera eucaristica: diventare un solo corpo e un solo spirito.  Queste sue espressioni ricorrenti, noi Chiesa di Lecce insieme con lei eccellenza,  possiamo trasformarle in modelli pastorali più rispondenti ai nuovi scenari, che reclamano sempre più la necessità di prendersi cura delle persone, di curare la dimensione personale della fede.
Oggi l’annuncio non può più contare su una riproduzione familiare o sociale della fede, quasi automatica,  ma deve essere indirizzato alle singole persone nella loro libertà, diventare una forma di accompagnamento più personale, dove ognuno diventi in un certo senso mistagogo di se stesso o di se stessa. Come ebbe a dire Rahner subito dopo il Concilio: passare da un cristianesimo di riproduzione a un cristianesimo di elezione.
Il prendere una sola frase della Parola di Dio che si ascolta durante la messa rinvia a un impegno personale, di ascolto e di accoglienza che noi non possiamo lasciar cadere, e non possiamo dare per scontato.
Occorre tentare forme di accompagnamento della vita cristiana che prevedano una trasmissione più personale della fede, una trasmissione generativa della fede.
Quando il Signore permetterà di tornare alla cosiddetta vita normale, noi pastori dobbiamo fare attenzione di non riprendere da dove avevamo lasciato. Le persone, le comunità non sono più le stesse di prima.
Un’altra breve considerazione sull’altra espressione che lei, eccellenza, ha spesso sulle labbra: perché formiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito.
L’emergenza della pandemia ha portato l’attenzione di tutti sul rapporto tra il corpo individuale e il corpo sociale. Il rischio del contagio li ha resi alternativi: la salvaguardia della salute del corpo individuale dipende da un ridurre al minimo il funzionamento del corpo sociale (il così detto chiudere tutto). Dall’altra parte abbiamo compreso che la cura del corpo individuale è sempre più legata alla cura del corpo sociale. Questo aspetto che la pandemia ha bruscamente messo in evidenza diventa per noi un nuovo punto di partenza e conferisce all’azione sacramentale, che per noi è un’azione quotidiana, la forza di fare delle singole persone un solo corpo e un solo spirito, ricostruire comunità che non sono la somma dei credenti. Allora i sacramenti della salvezza, insieme all’esercizio quotidiano della carità, anche dai fedeli saranno considerati i mezzi attraverso cui il Signore costruisce la sua casa, genera il suo corpo. E la carità acquisterà sempre più il volto della cura delle membra di questo corpo. E l’azione del buon Samaritano sarà vista sempre più come una dimensione essenziale della stessa pastorale, una pastorale della cura o, come dice Papa Francesco, cultura della cura.
Con questi semplici pensieri voglio esprimerle, eccellenza carissima, la nostra riconoscenza e rinnovarle la nostra fedeltà e il nostro impegno.