articolo ripreso da portalecce

In un clima sobrio e solenne al contempo, l’arcivescovo Michele Seccia ha dato inizio ai riti del triduo pasquale con la celebrazione della Missa in Coena Domini presieduta nella chiesa cattedrale e trasmessa in diretta da Portalecce e Telesalento (RIVEDI).

 

 

 

Hanno concelebrato il vescovo emerito di Rreshën mons. Cristoforo Palmieri, il vicario parrocchiale don Andrea Gelardo, il collaboratore per le parrocchie del centro storico mons. Adolfo Putignano, Padre Vincenzo Caretto, don Biagio Miranda e don Massimiliano Mazzotta.

Proprio a don Mazzotta, l'arcivescovo ha rivolto parole di paterna vicinanza e lode al Signore per averlo guarito dal contagio da Covid-19 e averlo restituito alla Chiesa di Lecce e a quella Moldava nella quale opera come fidei donum in ottima salute.

Commosso il pastore salentino: "in questa solenne Eucaristia sono lieto di dare il bentornato a casa al nostro don Massimiliano, finalmente ristabilitosi dopo la triste vicenda della sua positività al coronavirus che tanta paura ha seminato nei nostri cuori circa la sua salute; il Sommo ed Eterno Sacerdote ha ascoltato le nostre incessanti preghiere e siamo felici di averlo con noi".

La riflessione di Seccia, nel pensiero omiletico ha conseguentemente preso le mosse dall’incipit del brano evangelico che colloca l’evento della cena pasquale al piano superiore: da qui la considerazione secondo la quale per comprendere il mistero che nel giovedì santo il Signore fa alla sua chiesa sia necessario elevare il proprio cuore per non essere refrattari all’amore ma per lasciarsi incontrare da esso.

Ha chiosato: “potremmo essere presi da devozione o da routine nel vivere questo giorno santo e questo sarebbe un rischio serio che permetterebbe di non accorgerci del passaggio del Signore: abbiamo bisogno di volare alto, ad un piano superiore, per scorgere quanto grande è il cuore del Maestro che desidera incontrare le nostre storie per fare con esse sponsalità”.

Ecco allora che emergono due stili per la vita del cristiano riscontrabili nei due gesti che dominano la pagina giovannea: il servizio e la condivisione.

In una società improntata sull’individualismo e sulla spiccata voglia di arrivismo, sull’autoritarismo e sulla propensione a soverchiare il prossimo, Cristo Gesù consegna alla comunità dei credenti in lui la chiave interpretativa della vera grandezza insita in quel grembiule di cui si è cinto.

Prosegue il presule: “quanto bisogno ha il mondo d’oggi di incontrare dei lavapiedi, degli uomini e delle donne che altresì siano disposti ad amare talmente tanto il loro prossimo da mettersi al suo servizio realizzando pienamente quel dinamismo che fa del battezzato il prolungamento della azione salvifica di Gesù”.

Tale capacità di agire ha la sua radice nel gesto della condivisione che indica la riuscita della vita discepolare; il vero cristiano non vive solo di culto, né solo di orazione ma parte dalla intimità con suo Signore per farsi condivisore della propria vita con glia altri fratelli nella fede.

Rimarca il vescovo: “la pandemia che da più di un anno è ormai nostra compagna sta acuendo in noi il virus dell’individualismo e la paura che l’altro sia per noi contagio; il Signore prendendo pane e calice e donandolo ai suoi dice che l’altro non è per noi sasso di inciampo ma specchio nel quale incontrare la verità di noi stessi e in tal modo incontrare Lui”.

Contagiata da questi incoraggianti spunti, con il proprio pastore, anche la Chiesa di Lecce ha varcato la stanza nuziale per incontrare il suo sposo e lasciarsi avvolgere dall’amore che crea, santifica e redime.