articolo ripreso da portalecce

Lecce si appresta ad accogliere la salma del compianto arcivescovo mons.Cosmo Francesco Ruppi, secondo la sua esplicita richiesta testamentaria. Segno di un grande amore per la città e il Salento.

Si ravviva così la memoria del suo infaticabile ministero. Di fedelissimo servo della Chiesa, straordinario costruttore di comunità, raffinato esperto della comunicazione sociale.

Il 29 gennaio 1989 entrò ufficialmente nell’arcidiocesi, confessando apertamente la consapevolezza dei propri limiti dinanzi “all’importanza e alla complessità della Chiesa di Lecce”, ma nello stesso tempo affermando di sentire “viva la forza dello Spirito che mi ha condotto fin qui”, nella certezza che con “la fede nella presenza del Signore e nell’indefettibilità della Chiesa che mi ha sempre sorretto in questi giorni e in tutta la mia vita, cammineremo insieme, memori della parola di San Giovanni: Fides victoria nostra!

Confidò subito e con molta chiarezza la motivazione fondamentale della sua dedizione: “Sento forte la responsabilità pastorale”.

Profuse, pertanto, un “impegno costante alla guida del Popolo, affidatomi dalla misericordia del Signore” e spiegava: “Funzione difficile e complessa quella del Vescovo, nella Chiesa e nella società contemporanea! Funzione delicata che lo pone a rischio d’interventi profetici, non sempre accolti e compresi, che, comunque, va sempre vissuta e attuata in libertà e spontaneità”.

E così la sua attività si rivelò diligente e instancabile, appassionata e coinvolgente.

Da uomo di cultura e docente di materie umanistiche, da sacerdote e vescovo con interessanti percorsi pastorali e formativi nella Conferenze Episcopali di Puglia e Molise, da giornalista con straordinarie esperienze regionali e internazionali, è stato abilissimo ed efficace comunicatore, rivelò: “Sento vivissima in me l’istanza dell’evangelizzazione. La sento viva nel cuore, perché avverto che il nostro popolo ha sete del Vangelo e attende da noi quelle parole di vita eterna che solo il Maestro può dare”.

Proprio al servizio della Parola, accolta dinanzi al tabernacolo, meditata alla luce del Magistero, scritta e predicata, dedicò tanto tempo, con una missionarietà che lo portava ad accumulare impegni su impegni: sempre con straordinaria attenzione alle persone e alle diverse situazioni.

“A chi mi chiede qual è il segreto della mia vita di sacerdote e di Vescovo, rispondo semplicemente: lavoro e preghiera. Ho sempre lavorato, bene o male lo sa Dio, ma ho lavorato sempre… Non è mai diminuito, né sono scemati l’entusiasmo e la tenacia. È aumentata invece la preghiera, perché trovo nella preghiera la forza trainante della vita, il conforto nelle sofferenze, la spinta all’ascolto, all’emendazione, alla testimonianza”, scrisse, a mo’ di bilancio, dopo venticinque anni di episcopato.

E, così, chiunque ha vissuto insieme con lui le quattro intensissime visite pastorali può testimoniare e raccontare tanto della sua appassionata dedizione alla nostra gente…