articolo ripreso da portalecce e scritto da Andrea Pino

Nella scorsa puntata abbiamo introdotto la seconda agiografia oronziana giunta sino a noi, la Vita de’ Santi Giusto et Orontio Martiri redatta nel 1592 dal vescovo di Vico Equense, Mons. Paolo Regio.

Si è cercato anche di compiere una lettura sinottica tra tale testo e le pagine dell’Apologia Paradossica di Jacopo Antonio Ferrari. Le due opere, sebbene dipendenti l’una dall’altra, mostrano infatti delle importanti differenze. In primo luogo, risultano diverse le mani da cui sono state redatte ed il fine per il quale furono composte. Il Ferrari è un giurista che scrive per esaltare la propria città ed avere partita vinta in una disputa politica. Il Regio è un ecclesiastico che vuole edificare il lettore, offrendo esempi spirituali. La penna del Ferrari è per certi versi ancora tardorinascimentale. Quella del Regio sembra già anticipare la mentalità barocca. Anzi, a dire il vero, l’opera del prelato campano appare già in linea con i dettami del Concilio di Trento. Quel suo sottolineare il ministero di Giusto come predicatore e quello di Orontio come vescovo corrisponde di fatto allo spirito della Controriforma che, in opposizione al protestantesimo, salvaguarda tutta la necessità di tali uffici. In fondo, l’idea del Regio è chiara: come gli apostoli Pietro e Paolo rappresentano le fondamenta della Chiesa di Roma, i martiri Orontio e Giusto sono le colonne della Chiesa di Lecce.

Posto ciò, è bene ricordare anche come l’autore riconosca alla figura di Giusto un’importanza pari a quella di Orontio (nel titolo dell’opera il nome del discepolo di Paolo addirittura precede quello del primo vescovo salentino) mentre Fortunato, che nell’Apologia era un semplice neofita pronto a raccogliere il testimone dei due santi, nel Regio diventa un cugino di Orontio, anche se poi nulla si dichiara sulla sua sorte.

Maggiori difficoltà sorgono tuttavia sul destino dei Sacri resti dei martiri. Stando al Ferrari, le tombe dei due eroi della Chiesa locale furono custodite nell’antico duomo di Lecce sino al 1150 quando, in seguito alla calata degli eserciti normanni di Guglielmo il Malo, scomparvero nel nulla. Per Mons. Regio invece i corpi di Orontio e Giusto, dopo il martirio, vennero recuperati da alcuni fedeli del posto e subito occultati. Nel IV sec., in seguito all’Editto di Costantino che concedeva la libertà alla fede cristiana, furono però riscoperti, colmi di un meraviglioso profumo. I leccesi, colpiti dal miracolo, li deposero in due casse d’argento e collocarono quello di Giusto in un tempio poco fuori dalla porta occidentale della città (l’attuale Porta Napoli) mentre quello di Orontio fu traslocato in una chiesa suburbana. Qui, il corpo del protovescovo sarebbe stato rinvenuto dal vecchio Giovanni d’Aymo, insieme ad un ricchissimo tesoro, impiegato poi per la costruzione di un ospedale, proprio in ricordo della generosità del santo che era solito prendersi cura di qualsiasi forestiero incontrasse.

Come valutare queste notizie con cui si chiude la Vita de’ Santi Giusto et Orontio? È lampante come l’autore si sia allontanato da ciò che racconta l’Apologia Paradossica e sia giunto addirittura a riscrivere la vicenda di Giovanni d’Aymo, epurandola dagli aspetti più noir che avevamo messo in risalto nelle scorse settimane. Quello che risulta davvero poco chiaro sono le fonti da cui si trassero tali informazioni. Per tal motivo, è doveroso affermare che l’opera di Mons. Paolo Regio, sebbene al suo tempo possa aver favorito la conoscenza dei nostri santi in una schiera più ampia di fedeli, ha anche innegabilmente complicato una vicenda agiografica già molto ostica.