articolo ripreso da portalecce e scritto da Andrea Pino

È il 1592. Il Concilio di Trento è già bello che finito, lo scisma dei luterani irrimediabilmente consumato. Il conclave elegge Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini, 1536-1605), uomo colto e austero, intimo amico di spiriti eletti come Filippo Neri, Cesare Baronio e Roberto Bellarmino ma è anche il papa sotto il cui governo sarà condannato Giordano Bruno.

 

In Campania inizia a circolare un opuscolo, Vita de’ Santi Giusto et Orontio Martiri. A scriverlo è il vescovo di Vico Equense, Mons. Paolo Regio (1541-1607). Si tratta della seconda agiografia oronziana pervenutaci, redatta a distanza di un ventennio dall’Apologia Paradossica di Jacopo Antonio Ferrari e presto inclusa nelle Opere Spirituali dell’autore.

Il nome di Paolo Regio è oggi quasi del tutto sconosciuto ma, almeno nel XVI-XVII sec., doveva essere considerato autorevole. Non a caso anche il Pappacoda farà poi riferimento al suo prestigio per avvalorare il culto oronziano. In ogni caso, lo scritto da lui composto non manca di singolarità. Un primo dato curioso è offerto proprio dal titolo dove il nome di Giusto precede quello di Orontio. È come se il vincolo tra le due figure risultasse ribaltato e l’accento venga posto più sul discepolo di Paolo che non sul primo vescovo pugliese. In secondo luogo, il racconto sembra sì derivare, in maniera nitida, dall’Apologia Paradossica anche se il Regio in alcuni punti segue il Ferrari, in altri lo integra e in altri ancora addirittura lo contraddice. Uno sguardo sinottico dei due testi renderà più semplice la nostra analisi.

La narrazione del Regio prende le mosse da Corinto. Qui Giusto è un membro della cerchia paolina e viene identificato con il personaggio citato in At 18,7. L’autore non lo dice apertamente ebreo ma il fatto che la sua casa venga descritta come contigua alla locale sinagoga lo lascia intendere. Egli viene inviato in Italia non solo per preparare la venuta di Paolo, come asseriva l’Apologia, ma per consegnare la celebre Epistola ai Romani. Sbarcato nel porto di Otranto (e non nella marina leccese, come detto dal Ferrari), avrebbe raggiunto il capoluogo dove sarebbe divenuto ospite di Publio Orontio, giovane ed influente patrizio del posto, amante della caccia ed avvezzo ad ospitare, come Abramo, qualsiasi forestiero. La generosità di Orontio viene premiata da Dio. Infatti, Giusto gli annuncia il Vangelo ed il nobile appulo sceglie di ricevere il battesimo con tutti i suoi familiari, tra i quali spicca un cugino, Fortunato. Il Regio è così il primo ad accennare ad un legame di parentela tra i due futuri martiri.

Dopo aver compiuto la missione nella capitale, accompagnato dalla diaconessa Febe (figura citata in Rm 16,1), Giusto torna a Lecce e, con Orontio e Fortunato, si imbarca per Corinto al fine di ragguagliare Paolo. Una volta giunti in Grecia, Orontio supplica l’apostolo di visitare il Salento ma Paolo, già in procinto di andare in Palestina, non può soddisfare tale desiderio. Conferisce tuttavia l’episcopato ad Orontio, affida a Giusto l’ufficio di predicatore e redige addirittura un messaggio per i neofiti leccesi. Rientrati in Puglia, Giusto e Orontio diffonderanno la fede cristiana non solo tra i cittadini di Lecce e i soldati del presidio romano locale ma anche in diverse contrade della regione sino a quando, nella prima domenica di settembre dell’anno 68, subiranno il martirio mentre erano intenti l’uno a predicare e l’altro a battezzare. Sul luogo dove ciò avvenne il Regio si mostra però contraddittorio, identificandolo a volte nella piazza principale della città e altre in un sito fuori le mura.