scritto da Andrea Pino articolo ripreso da portalecce
Nella nostra inchiesta sul patrono di Lecce abbiamo già notato come, tra la fine del XII sec. (epoca a cui risale il più remoto documento oronziano oggi disponibile, il Diploma di Tancredi) e gli inizi del XVI sec., il nome del martire venga evocato quasi di sfuggita in ben poche fonti letterarie. Le cose tuttavia iniziano a cambiare negli ultimi decenni del ʼ500, con la redazione dell’Apologia Paradossica di Jacopo Antonio Ferrari (1507-1588). Questi fu un politico e diplomatico salentino formatosi presso l’Università di Bologna e con qualche esperienza internazionale nelle Fiandre e in Germania, dove assistette all’investitura del gran maestro dei Cavalieri Teutonici da parte di Carlo V. Nel 1571 venne chiamato a difendere Lecce in una disputa contro Cosenza e Capua volta a stabilire quale delle tre città dovesse godere della precedenza nel parlamento napoletano. A tal fine egli compose l’Apologia Paradossica, testo in cui si illustrava il primato leccese sulle contendenti per svariati motivi come l’antichità della fondazione, la nobiltà degli abitanti, il maggior valore da essi dimostrato nelle armi o l’aver accolto prima il cristianesimo. Il Ferrari svolse bene il suo compito perché, a quanto pare, ebbe partita vinta. Tuttavia, il giudizio degli studiosi sulla sua opera è sempre stato molto severo, al punto da ritenere l’Apologia un fascio di elementi eterogenei assemblati insieme senza alcun vaglio critico. Al netto dello stile polemico infatti l’autore accoglie tranquillamente delle notizie leggendarie, come la mitica origine della città attribuita a Idomeneo, eroe della Guerra di Troia, o la vicenda della sibilla leccese che avrebbe profetizzato la nascita di Cristo. In questa congerie di dati, a volte piuttosto pittoreschi, spuntano però delle pagine importanti per la nostra ricerca. Dissertando sulla genesi della Chiesa locale, il Ferrari fu il primo a documentare, mettendola per iscritto, l’agiografia oronziana. Il racconto risulta, in tal caso, molto lineare. Il giudeo Gieso, abbracciata la fede cristiana e assunto, dopo il battesimo, il nome di Giusto (personaggio da identificarsi, a detta dell’autore, con il Giusto menzionato in Col 4,11) diventa un prezioso collaboratore di Paolo e viene da questi inviato da Corinto a Roma con l’intento di preparare il terreno alla venuta dello stesso apostolo nella capitale dell’impero. Sbarcato sulle coste pugliesi, Giusto è ricevuto ospite in casa di Oronzio, facoltoso membro del patriziato leccese che, accogliendo l’annuncio evangelico, si fa battezzare con l’intera famiglia. Dopo aver svolto la missione a Roma, Giusto si imbarca, con Oronzio, per la Grecia. Qui Paolo costituisce il suo fido discepolo predicatore di Lecce mentre Oronzio viene ordinato vescovo della città. Rientrati in Italia, i due diffondono la fede cristiana tra i propri concittadini, lottando contro il paganesimo e demolendo gli idoli delle divinità romane. Arrestati dagli emissari di Nerone, dopo aver rifiutato di bruciare incenso alla statua di Giove, i due santi vengono condotti in un giardino fuori dalla porta occidentale della città e lì decapitati nella prima domenica di settembre dell’anno 68. Una nobile ragazza cristiana di nome Venera seppellisce pietosamente i loro corpi con l’aiuto del neofita Fortunato, il quale raccoglierà il testimone dei due santi e li seguirà parimenti nel martirio. A questo punto, gli interrogativi che sorgono sono molteplici. Da dove trasse il Ferrari questo racconto? E perché esso si discosta in più punti da quella che diventerà la versione ufficiale della Chiesa di Lecce? È possibile che l’autore ci abbia messo del proprio nel riportare una tradizione locale? La nostra inchiesta si infittisce sempre più.