News webmaster 0 2019-02-01
 Siamo membra gli uni degli altri’ . Dalle community alle comunità” è il tema che Papa Francesco ha scelto per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra nel 2019, per restituire alla comunicazione una prospettiva ampia, fondata sulla persona  “Credoche il tema scelto per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni ci dica una cosa soprattutto: che non c’è community se non c’è comunità. Che bisogna stare attenti a non trasformare la Rete in quel che essa per sua natura non è (non necessariamente almeno): un luogo dove più ci si addentra più si perde la propria unicità, la propria identità personale rimanendo intrappolati in un gioco che finisce per annullare ogni relazione vera, ogni dialogo sincero, ogni capacità di comprensione”. Così Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione, commentando al Sir il tema che Papa Francesco ha scelto. Naturalmente, questo tema affronta in modo deciso anche l’impatto della rete sul lavoro giornalistico, perché la Rete è una miniera di opportunità ma presenta anche insidiose minacce ai nostri diritti, in primo luogo quello di ricevere un’informazione corretta. Un attento collega leccese osservava, infatti che spesso si confondela chiarezza espositiva con l'inconsistenza del pensiero, la sintesi con la banalità. È vero cerchiamo tutti di esseri sintetici, chiari e diretti.  Ma se gli argomenti scarseggiano e le idee sono confuse, elementari o, peggio ancora, distorte dalla ignoranza e dalla non conoscenza, è meglio tacere. Un tempo proponevamo timidi pareri nelle discussioni tra amici. Si provava ad argomentare, anche arrancando. E dallo scambio diretto, spesso duro, si cresceva. Ora invece spariamo sentenze  senza argomentare, con parole non semplici ma stupide o poco appropriate se non volgari. E le discussioni che ne derivano  non sono confronti ma scontri. Si arriva all’assurdo che spesso la gente scrive ma non legge; parla ma non ascolta; sentenzia ma non si sente mai colpevole. E’ la dura realtà della comunicazione al tempo di internet.La solitudine al posto dei circoli, un clic in luogo del dialogo , in particolare i social network sono diventati le “comunità” del nuovo millennio, dove sempre più si svolgono la vita, le relazioni e le conoscenze delle persone.; una metodologia di comunicazione al servizio delle persone e del territorio, basata sul racconto del quotidiano e della cronaca nella continua “sfida” tra mezzi di comunicazione tradizionali e social media e nell’ottica di un nuovo modello integrato. Perciò, ecco la necessità di un’informazione capace di  valorizzare l’apprendimento delle notizie accrescendo il valore dell’interazione intesa come ascolto, dialogo e opportunità di incontro. In proposito l’Osservatorio dello Istituto Toniolo tempo fa svolto un’indagine. "Diffusione, uso, insidie dei social network", capaci di fotografare la società della post-verità: tra i giovani che hanno dai 20 ai 34 anni circa uno su tre (il 28,5 per cento) ammette di aver condiviso un'informazione poi rivelatasi falsa. Eppure il pericolo bufala è noto: l'86,6 per cento afferma che i social non vanno presi troppo sul serio perché "i contenuti che vi si pubblicano possono essere tanto veri quanto inventati". Se, come detto, il 28,5 per cento ha condiviso informazioni poi risultate false, il 75,4 riferisce che, dopo un'esperienza personale o la diffusione di una bufala da parte di un amico, ha aumentato la sensibilità sul tema e l'attenzione ai contenuti "sospetti". In particolare, il 55,6 per cento ha smesso di condividere contenuti da contatti a rischio e il 41,7 per cento ha rimosso dalla propria rete chi diffondeva notizie false. Ma resta un 11,2 per cento che tende a condividere "sempre e comunque, tanto è impossibile appurare l'attendibilità di quello che circola in rete". La capacità di fiutare l'inganno e di aumentare l'attenzione è poi strettamente legata agli strumenti culturali. Tra chi ha il solo diploma di scuola media, la condivisione di un bufala è al 31,7 per cento, scende al 24 per cento tra i laureati. Con un titolo di studio universitario si individuano le notizie false condivise da altri (77,8 per cento, contro il 74,6 per cento di chi ha un titolo intermedio e il 70,4 per cento di chi ha un titolo basso) e anche la reazione dipende dal livello culturale: il 79,1 per cento dei laureati è pronto a cancellare un contatto facile alle fake news, contro rispettivamente il 76,7 e 71,4 di chi ha un titolo intermedio o basso.   Fatte queste considerazioni, va tuttavia ribadito che la libertà di espressione del pensiero è la regola prima della democrazia.  Ma che fare quando se ne abusa? «Uno dei problemi più gravi del momento» — ha scritto tempo fa il procuratore di Roma — è quello di un’informazione inadeguata e manipolatrice, alcune volte denigratoria e diffamatoria. Particolarmente grave quando corre sul «web», che consente una straordinaria circolazione delle informazioni, ma è una specie di giornale senza né direttore né redazione, quindi senza autocontrolli.   Lì l’ottavo Comandamento, quello che proibisce la menzogna, viene violato ancor più facilmente e più di frequente, come la cronaca recente ha dimostrato, con notizie false, di cui è difficile capire la fonte, è complesso identificare l’autore, impossibile richiedere che vengano fornite le prove”.   “Il nostro ordinamento –si chiedeva Sabino Cassese-è attrezzato per far fronte a questo problema? La Corte di Cassazione ha i criteri ai quali debbono attenersi i tribunali. Essa ha stabilito che il «free speech» deve essere bilanciato con l’interesse alla reputazione e il diritto all’onore. “Se, dunque, il sistema giudiziario, fissati i criteri, ne ha fatto applicazione, possiamo ritenerci soddisfatti? Rimangono due problemi aperti. Il primo riguarda l’intensità e la frequenza della tutela giudiziaria. «Fake news», ingiurie, denigrazioni, campagne diffamatorie, «bufale», affermazioni ciarlatanesche, sono sempre più frequenti, ma i giudici faticano a star loro dietro.   Il secondo problema riguarda quel terreno vastissimo e sconosciuto che è la Rete. Si tratta di un terreno poco sorvegliato. Gli stessi interessati possono essere oggetto di offesa senza venirne a conoscenza. Non vi sono filtri interni, quali possono essere i giornalisti in una trasmissione televisiva o in un quotidiano o settimanale. I gestori delle reti o i fornitori di servizi «online» dichiarano di non essere responsabili di quel che vi viene immesso”  “Ci siamo quindi ritrovati in un mondo virtuale pieno di fake news, serio pericolo per l’informazione . Nel mondo reale e nel  giornalismo tradizionale abbiamo regole di responsabilità e di civiltà chiare, per cui chi sbaglia paga, mentre sul web questo non accade per definizione. Sul web è ormai inderogabile avere regole e leggi internazionali condivise, altrimenti il rischio per le democrazie e per il libero pensiero, lasciato in mano a tre o quattro monopolisti della rete, è davvero elevato», ha sottolineato tempo fa il presidente dell'Ordine di Milano Come ricordava Papa Francesco, è essenziale il contributo che il giornalista può dare all'informazione di qualità in un mondo di fake news e disinformazione dilaganti. La chiave di volta è proprio la deontologia, che obbliga i giornalisti ad essere attenti osservatori e fedeli mediatori tra i fatti e l'opinione pubblica, nel rispetto del principio di verità. Il giornalista deve applicare i principi della deontologia professionale, in particolare il nuovo Testo unico dei doveri del giornalista, che riproduce i contenuti essenziali delle carte deontologiche emanate nel corso degli anni dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. In primo luogo il rispetto dell’essenzialità dell’informazione, della verità sostanziale dei fatti, del bilanciamento tra diritto di cronaca e diritti della personalità. Continenza nel linguaggio, rispetto della verità, rispetto della persona umana, obbligo autonomo di rettifica etc, Ecco, le assonanze tra la visione cristiana e cattolica della verità e il valore della verità dei fatti nel diritto di cronaca sono molteplici. In entrambi i casi la verità realizza quel mix di completezza e correttezza nella descrizione della realtà che fa crescere la persona. Le tecnologie devono essere funzionali a questo disegno di crescita altrimenti diventano disumanizzanti. Peraltro, ricordo a me stesso che fin dal Progetto culturale della Cei negli anni 2000 e seguenti, la Chiesa italiana ha raccolto la sfida per un uso responsabile delle nuove tecnologie quali veicoli per amplificare la diffusione di messaggi di bene e di fratellanza. In questo senso il giornalista può dare un contributo fattivo a questo processo valorizzando quelle good news che raccontano l'impegno dell'uomo in favore del prossimo. Internet è il regno della libertà, e l'informazione in Rete è certamente più libera perchè dà a tutti la possibilità di esprimersi, molto più dei media tradizionali. Tuttavia, rispetto a questi ultimi, diventano più difficili le operazioni di selezione e vaglio critico delle fonti e di verifica delle notizie. Tutto questo accresce la responsabilità del giornalista che, a differenza di chi giornalista non è, opera in modo professionale per raccontare la verità sulla persona e alla persona. Questi concetti mi son venuti alla mente, dopo aver letto il recentissimo volume dal titolo “L’informazone che vorrei, del collega prof. Ruben Razzante, docente di Diritto dell'informazione all'Università Cattolica di Milano. Egli, infatti, mette in guardia  dai rischi di fake news e sottolinea l'esigenza che i giornalisti vengano coinvolti a pieno titolo in tutti i tavoli nei quali si definiscono i nuovi scenari dell'informazione in Rete, affinchè il loro apporto possa risultare decisivo e costruttivo nella definizione della priorità dell'editoria tradizionale e on line dei prossimi anni.   E qui torna il  monito della Chiesa:«Parlare alla persona tutta intera per vivere la dimensione della comunità, anche al tempo dei social media».diceva Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione, commentando con Vatican News il tema che Papa Francesco ha scelto per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che sarà celebrata nel 2019. -Ruffini sottolinea il bisogno del dialogo e dell’incontro per «vincere il virus di una comunicazione narcisistica e ripiegata su se stessa, che divide invece di riconciliare». «Penso che troppo spesso noi parliamo non tanto alla persona tutta intera, ma solo a una parte di essa. Parliamo alla sua paura. Oppure alla sua eccitazione. E tralasciamo ciò che ci rende unici e indivisibili».   -Secondo il prefetto, «troppo spesso dividiamo l’intelletto dal cuore e dall’anima. Ed è questo il virus di quella che Francesco ha chiamato ‘cardiosclerosì. Il cuore si indurisce. E non ci accorgiamo che ci dividiamo proprio da noi stessi e perdiamo o rischiamo di perdere la parte più bella della nostra natura, che si nutre della bellezza dell’incontro, del dialogo, della relazione, della condivisione, della comunione fra noi e con Dio». -Parlando del «rischio del nostro tempo», secondo Ruffini è quello di «costruire tribù invece di comunità». «I social hanno trasformato la società della comunicazione in società della conversazione. Sono il luogo dove si formano le nostre identità, specialmente quelle dei più giovani». In quest’ottica «le comunità sui social dovrebbero essere intessute di una relazione autentica, vera, tra le persone tutte intere anche se vissute nella dimensione incorporea del digitale, che comunque è reale e non virtuale».Per questo – conclude – è importante passare da community fondate su relazioni fasulle, su una falsa rappresentazione della realtà, su finte amicizie che si possono cancellare con un clic, alla bellezza – e anche alla fatica – della verità e dell’incontro». L’argomento è stato oggetto di un duro confronto in un recente Festiva delGiornalismo digitale sul ruolo dei blogger e degli influencer nell’informazione. ha tre miliardi di iscritti. Ed è gratis. Cosa possiamo fare quindi?”   Una strada però andrà trovata: “Chiedere il rispetto delle regole a tutti è doveroso – La deontologia e l’ordine servono anche a questo”. E chi fa informazione dovrebbe porsi sempre tre domande:cosa raccontare, come raccontare e perché raccontare.  -“Cosa raccontare?”qui vi è il valore “umano” dell’informazione e di quanto si debba tornare ad ascoltare i lettori per offrire loro una informazione non solo veloce, ma anche di qualità.  "Perché raccontare?",cosa spinge a comunicare e come si può mantenere coerente il “lavoro” con la missione di comunicatore..   "Come comunicare",  continenza innanzitutto. E molto utili mi sembrano due frasi del Papa nel messaggio com cui ha indetto la la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra nel 2019: “Il dramma della disinformazione è lo screditamento dell’altro, la sua rappresentazione come nemico, fino a una demonizzazione che può fomentare conflitti. Le notizie false rivelano così la presenza di atteggiamenti al tempo stesso intolleranti e ipersensibili, con il solo esito che l’arroganza e l’odio rischiano di dilagare. A ciò conduce, in ultima analisi, la falsità. Da qui il ruolo del giornalista che, oltre a citare le fonti, le verifica e ne testa l’autenticità, andando anche oltre il mondo virtuale, perché abituato a lavorare sul campo e a raccogliere testimonianze dirette. Infine, il Papa indica la missione del giornalista di fronte al dilagare delle fake news: Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie. Egli, nel mondo contemporaneo, non svolge solo un mestiere, ma una vera e propria missione. Ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l’impatto sull’audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l’accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace. Da qui l’invito, quasi un appello a:” promuovere un giornalismo di pace, non intendendo con questa espressione un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati. Intendo, al contrario, un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale”                                                                         Elio Donno