NON SERVI MA AMICI

Omelia dell’Arcivescovo di Lecce per il Pontificale  nella Solennità dei Santi Patroni Oronzo, Giusto e Fortunato

Lecce, 26 agosto 2016

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1. Oggi accogliamo con cuore gioioso e pronto l’invito che la Parola del Signore ci ha rivolto nella prima lettura dal libro del Siracide: “Facciamo ora l’elogio di uomini illustri, dei padri nostri nello loro generazioni” (Sir 44,1). I nostri Santi Patroni Oronzo, Giusto e Fortunato: * Sono illustri non perché le loro imprese li hanno consegnati ai libri di storia. * Sono illustri e degni di essere ricordati come “uomini di fede le cui opere giuste non sono dimenticate (Sir44,10)” e invocati perché sono i nostri padri nella fede, la fede che connota la nostra storia da sempre. * Sono illustri perché santi che hanno consegnato la loro vita a Cristo fino al martirio. La loro vicenda storica lontana nel tempo, per il poco che ci è dato conoscere, passa attraverso il primo annunzio della fede cristiana legato al Credo apostolico nel nostro Salento, agli albori del Cristianesimo. L’antica tradizione identifica nel nostro San Giusto, il Giusto di cui ci parla il libro degli Atti degli Apostoli: accoglie nella sua casa a Corinto l’Apostolo Paolo. Ci viene presentato come “uno che venerava Dio e la sua abitazione era accanto alla sinagoga” (At18,7). Giulio Cesare Infantino, parroco di S. Maria della Luce, nella sua opera di grande valore storico, siamo nel 16.o secolo, Lecce sacra scrive: “Fra i suoi pregi Lecce ha la Chiesa cattedrale ordinata dal predicatore delle genti S. Paolo quando nella città di Corinto consacrò il primo vescovo di questa Chiesa, che fu Orontio cittadino leccese, condottovi da S. Giusto Fondatore della Religione Cristiana in questa cittadina (allora!) di Lecce e discepolo del medesimo S. Paolo nel ritorno ch’egli fece da Roma: il quale poi insieme col medesimo Giusto rimandò di nuovo a Lecce, per attendere a coltivare questa vigna dal medesimo Giusto piantata, convertendo , e battezzando gli habitatori del paese. Onde può meritatamente gloriarsi d’essere delle prime Città Christiane d’Europa”. Questi nostri Santi testimoniano con la vita la loro fedeltà a Cristo. Con loro la fede è entrata nel nostro Salento e questa fede continua ad essere per tutti noi la ragion d’essere della nostra vita consegnata a Cristo ad imitazione dei nostri SS. Patroni. 2. In questi giorni ho pensato che è possibile dare una specifica caratterizzazione alla festa dei SS. Martiri, nostri Patroni. Vogliamo riscoprirla e viverla come la festa della nostra fede: è il dono prezioso che il sangue dei nostri martiri ci ha consegnato. Fino a qualche decennio fa in questo giorno, durante la celebrazione della Messa Pontificale i sacerdoti rinnovavano nelle mani del vescovo la loro promessa di obbedienza. Al termine dell’omelia tutti noi faremo la Professione di fede, rinnovando le promesse del nostro Battesimo. Cosa opera nella nostra vita la fede che ci è stata trasmessa, il dono ricevuto nel Battesimo? Stabilisce un nuovo rapporto con Cristo di cui ci riconosciamo discepoli, fedeli e pronti ad accogliere l’invito che ci rivolge: seguirlo. Nella sequela che è fedeltà e ascolto, egli stabilisce un rapporto nuovo con noi, ce lo ha ricordato il brano del Vangelo: non ci considera né ci chiama servi ma amici. Non ci sono segreti da consegnare solo agli iniziati. omeliaI discepoli di Gesù sono suoi amici, perciò ammessi a una intimità incredibile: ci ha aperto il suo cuore mettendoci a parte della sua intima relazione con il Padre. L’amore che lega Cristo a noi suoi amici non gioca al risparmio: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”(Gv 15,13). Questo amore è lo stesso che deve vigere tra gli amici: pronti a dare la propria vita gli uni per gli altri, fino al dono supremo. Questo amore non solo dona, sceglie: “Non voi avete scelto me, ma io ha scelto voi” (Gv 15,16). Non siamo stati noi a decidere di nostra iniziativa. Siamo stati eletti e semplicemente abbiamo potuto e dovuto rispondere. Fratelli miei presbiteri: sempre dobbiamo avere piena coscienza della nostra condizione di eletti. Non ci siamo offerti avanzando pretese: scelti, eletti. Poggia proprio su questa elezione la nostra certa speranza di portare il frutto. Portare frutto: non si tratta di una prospettiva aziendale, per cui è richiesto il massimo rendimento: Il frutto è quello che i nostri Santi hanno portato: una vita profondamente e totalmente legata al Cristo. Il frutto sta nel diventare discepoli, cioè suoi amici. La scelta operata da Gesù è finalizzata al raggiungimento di un vero amore di tutta la comunità dei discepoli. La storia della salvezza parte dall’amore e vuole arrivare all’amore. 3. Abbiamo da chiederci tutti: la professione e la testimonianza della nostra fede riescono a trasmettere e a portare il frutto dell’amore che Cristo chiede ai suoi discepoli? La qualità e la verità delle relazioni all’interno della nostra comunità, sono autenticate da spazi di amore, di reciproco rispetto e accoglienza, di disponibilità, di attenzione? O c’è ancora largo spazio al disinteresse per la casa comune? Privilegiamo i nostri personali interessi mortificando giuste attese di tanti nostri simili? La mancanza di lavoro, la disoccupazione, le famiglie piagate dalla povertà, i giovani che attendono, i poveri che hanno fame, quali attenzioni e quali rimorsi generano in noi? Ci può lasciare tranquilli il sapere che ci sono altri erogatori (la Caritas, le mense, la Casa della carità, i punti ristoro, le parrocchie) che provvedono? Cresca in tutti noi il frutto dell’amore vicendevole, della carità che soccorre, della generosità che vince gli egoismi e aumenti il numero dei molti che si sono fatti servitori dei fratelli laddove la carità della nostra Chiesa apre il suo cuore e dona il frutto dell’amore ai tanti che lo cercano perché non ne hanno. Ascoltino i nostri SS. Oronzo, Giusto e Fortunato le nostre invocazioni. Ci proteggano nel faticoso quotidiano cammino. Intercedano perché non manchi a noi la grazia per rimanere autentici discepoli e amici suoi. Ci aiutino a saperli imitare nella fedeltà piena a Cristo.