OMELIA ALL’INIZIO DEL MINISTERO DELL’ARCIVESCOVO ANGELO RAFFAELE PANZETTA NELLA CHIESA DI LECCE

OMELIA ALL’INIZIO DEL MINISTERO DELL’ARCIVESCOVO ANGELO RAFFAELE PANZETTA NELLA CHIESA DI LECCE

Piazza Duomo, 11 luglio 2025

 

Carissimi fratelli e sorelle,

non è mai facile prendere la parola quando si vive un’esperienza umana così intensa come quella che stiamo vivendo oggi, quando si vive un’esperienza con una straordinaria densità spirituale e pastorale, come quella che stiamo sperimentando in questo momento.

E ogni volta che mi capita di prendere parola in un contesto simile, mi ritorna subito in mente un episodio che ho vissuto quando ero ancora giovane prete. Avevo poco più di dieci anni di messa e un vescovo di una diocesi pugliese, mi chiamò e mi disse: Vuoi venire a dettare i ritiri mensili al mio clero?”. Gli risposi: “ma io non so se sono pronto per un’esperienza del genere, mi sento ancora inadeguato per farlo. Comunque mi prendo un po’ di tempo per decidere”.

Nel frattempo, chiamai il mio vescovo di allora, mons. Benigno Luigi Papa, mio amatissimo padre, e chiesi a lui: “Padre Benigno, secondo te posso io impegnarmi in questo ministero?”. E lui mi rispose: “Figlio mio, se credi veramente nella potenza efficace della Parola di Dio, vai. Altrimenti non andare. E questo insegnamento – aggiunse – non vale solo per oggi, ma vale per tutte le volte della tua vita in cui dovrai prendere la parola per parlare al popolo di Dio”. 

Mentre stasera salivo all’altare, queste parole mi sono tornate nel cuore e nella mente e pensavo proprio questo: Sì! Io credo nella potenza efficace della Parola di Dio e proprio per questo so che in questa Parola che è stata proclamata c’è la luce per interpretare correttamente quello che stiamo vivendo, questo passaggio di vita così importante della Chiesa di Lecce.

Pertanto, vorrei condurre una riflessione omiletica a partire dall’ascolto della Parola chiedendo alla Parola di Dio di aiutarci a rispondere a questo interrogativo: Signore che cosa vuoi per questa Chiesa oggi? Che cosa ti aspetti per questa pagina nuova di storia che si sta aprendo? Che cosa ti aspetti da questo popolo? E da me? Che cosa vuoi che facciamo?

E riascoltando la Parola di Dio a partire da questo presupposto ermeneutico, penso di prendere in mano la prima lettura che abbiamo ascoltato e riflettere su di essa. Innanzitutto, si tratta di un brano appartenente alla letteratura sapienziale e la domanda di fondo che sottende il brano che abbiamo ascoltato è la seguente. Come si fa a costruire una vita buona? Come si fa a costruire una vita bella? Una vita ordinata che piaccia a Dio e che sia anche apprezzata dagli uomini? Che sia amabile agli occhi degli uomini? E la Parola risponde dicendo che per vivere una vita bella, buona, ordinata, preziosa agli occhi di Dio bisogna cominciare dall’ascolto, bisogna ascoltare la parola e custodirla nel cuore.

Non un ascolto smemorato, ma un ascolto che diventa custodia vitale. Quando una comunità ascolta e custodisce la Parola, quando uomini e donne fanno questo esercizio spirituale… si generano nella comunità e nei cuori delle persone alcune disposizioni fondamentali che abilitano alla vita buona e bella, atteggiamenti, virtù che abilitano alla vita buona. Nel brano che abbiamo ascoltato senza pretesa esaustiva si indicano almeno tre atteggiamenti fondamentali che sono la sapienza, la prudenza e la giustizia.

La sapienza, innanzitutto, è considerata dall’autore sacro quasi un presupposto delle altre due.  Secondo il pensiero biblico, la sapienza non consiste soltanto nell’esperienza del sapere e della cultura. La sapienza è, secondo il pensiero biblico, la capacità di guardare le cose con gli occhi di Dio. E dunque, quando si ascolta la Parola e la si custodisce vitalmente nel cuore, si genera nei credenti e nella comunità, innanzitutto, la capacità di vedere le cose con gli occhi di Dio.

E questa capacità – che è detta “sapienza” – nel brano che abbiamo ascoltato è posta all’incrocio tra la libertà e la grazia. Perché la sapienza, per un verso, la devi trovare – il testo usa un’immagine meravigliosa – scavando a mani nude come quando si cerca un tesoro; quindi, con fatica, con impegno personale. E dall’altra parte, Dio la concede a coloro che la invocano. La sapienza è qualcosa che ti devi sudare, cercare, ma innanzitutto qualcosa che devi invocare, perché viene da Dio, viene dall’alto.

E quando la sapienza che ti fa guardare le cose con gli occhi di Dio abita nel cuore, allora essa ti abilita al discernimento e diventi prudente, perché l’uomo prudente è colui che è capace di scegliere il bene, di operare un discernimento con una misura alta, cercando la verità e il meglio in ogni situazione. E il meglio in ogni circostanza è innanzitutto la giustizia cioè, la capacità di riconoscere a ciascuno il suo, che è la prima via della carità. Allora, nella Parola che abbiamo ascoltato penso ci sia una prima risposta alla domanda “Signore, che cosa dobbiamo fare? Che cosa ti aspetti da questo nuovo pastore e da questo popolo che tu ami?”. Che sia un popolo che ascolta? Che sia un popolo che custodisce? Che sia un popolo che cerchi a mani nude la sapienza, che la invochi come una grazia e che, proprio per questo, sia capace di un discernimento prudente alla ricerca della verità, della giustizia, del bene in ogni situazione?”. Ecco come la Parola ha una potenza efficace e una capacità di rispondere ai nostri interrogativi davvero impressionante.

E se poniamo la stessa domanda alla seconda lettura, anche qui troviamo delle risposte importanti. La seconda lettura è tratta dall’opera lucana, dagli Atti degli Apostoli.

Luca descrive un momento importante della vita di Paolo. Paolo chiama a sé gli anziani di Efeso, cioè i presbiteri, i capi delle comunità. Paolo sa che sta girando una nuova pagina della sua vita: è finito un periodo della sua vita e che sta per cominciare una stagione nuova della sua esistenza che sarà difficile perché culminerà con il suo martirio.

Chiama davanti a sé i presbiteri di Efeso e davanti a loro apre il cuore, fa il bilancio della sua vita. Un bilancio ancora provvisorio, ma è un partage straordinario, perché Paolo ci mette davanti le grandi scelte che hanno animato il suo ministero. Davanti ai presbiteri egli sa di essere compreso e facendo una sintesi di tutta la sua vita ministeriale dice: “Ho servito il Signore con umiltà”.

Ecco che cosa ha provato a fare, ha provato a servire il Signore. La vita di Paolo è una diaconia, ma una diaconia nell’umiltà. Perché, se non si fa attenzione nella diaconia, si può diventare arroganti, si può diventare presuntuosi. Invece Paolo ha vissuto una diaconia, un servizio al Signore nel quale ha vissuto nell’umiltà. E l’umiltà è lo stile di Gesù. Quindi Paolo ha servito la comunità, ha servito il Signore con lo stile umile di Gesù. 

Ma Paolo davanti ai presbiteri di Efeso dice anche di essere un uomo sereno. È sereno perché mai si è tirato indietro rispetto davanti alle sue responsabilità di educatore. “Mai mi sono (11:43) tirato indietro”.

Ha parlato alle comunità, si è preso cura dei singoli, ha offerto il suo accompagnamento personale delle persone, dei credenti. Paolo non si è mai risparmiato, ha vissuto la sua missione educativa sino in fondo. Ma nell’ultima parte della seconda lettura, l’apostolo riesce, in poche battute, a descrivere la consapevolezza del suo ministero e la sintesi di tutto quello che egli ha provato a fare, dicendo: “ho capito di aver ricevuto dal Signore una missione, la missione di rendere testimonianza al Vangelo della grazia di Dio: “Testificari evangelium gratiae”.

Paolo, in queste parole, comprende che tutta la sua vita nel suo ministero apostolico ha provato a essere un’attestatore della buona notizia della grazia di Dio, cioè della bontà di Dio che si è manifestata in Gesù. Ecco la missione di Paolo. 

Fratelli e sorelle, in questa Parola c’è una risposta importante alla domanda che ci siamo posti.

“Signore che cosa vuoi da noi?”. Il Signore vuole che lo serviamo nell’umiltà. Il Signore vuole che non indietreggiamo nella nostra responsabilità educativa. Sì, è difficile educare. E in questo tempo ancora di più, ma la soluzione non è abdicare. La resa, nella responsabilità educativa, è il peggior danno che possiamo fare alla comunità. Nessuno di noi può tirarsi indietro. Mai ci dobbiamo tirare indietro di fronte alle responsabilità educative che il Signore ha posto in capo a ciascuno di noi.

E da ultimo, il Signore vuole da noi che noi, come Paolo, diventiamo attestatori della buona notizia della grazia di Dio. Fratelli e sorelle, mi piacerebbe veramente che questo che è il mio motto episcopale, attinto dalla Parola, diventasse il motto della diocesi, diventasse il motto di tutte le comunità parrocchiali, diventasse il motto di tutte le associazioni, i movimenti, le confraternite, gli istituti di vita consacrata. Tutti dobbiamo dare il meglio di noi per testificare, attestare il Vangelo, la bella notizia della bontà di Dio che si è manifestata in Gesù.

Non è facile, ma è quello che il Signore ci chiede in questo passaggio così importante. Nel brano del Vangelo, poi, si guarda alla ricompensa. Noi, esseri umani, spesso guardiamo le cose dal punto di vista della ricompensa.

I discepoli di Gesù e gli Apostoli, in particolare, spesso hanno avuto una visione mercantilistica e una visione piuttosto meritocratica: “Alla fine che cosa ne avremo?”. Pietro pone questa domanda come portavoce degli altri perché gli Apostoli hanno sotto gli occhi quello che è accaduto al cosiddetto giovane ricco. Quel giovane, davanti alla possibilità di seguire Gesù e di giocarsi tutte le ricchezze, non ce l’ha fatta, ha rinunciato. Allora Pietro e gli altri dicono: “Noi ce l’abbiamo fatta, noi ci siamo giocati tutto per te”.

Qual è la ricompensa? Qual è la ricompensa dei credenti che si giocano tutto per il Signore e si impegnano nella loro missione educativa e che provano a essere un’attestazione della buona notizia della grazia di Dio? Il brano del Vangelo di Matteo risponde, sottolineando due dimensioni. La prima è la dimensione cristologica: la ricompensa è Gesù stesso, la ricompensa è Gesù, è lo stare con lui e condividere la sua regalità quando egli tornerà. La ricompensa è passare dal vivere per il Signore, a vivere con il Signore.

E l’altra dimensione della risposta ha una valenza escatologica. Matteo, più degli altri, sottolinea che la ricompensa non è qui, il cento per uno lo avremo nella vita eterna, quando la storia si compirà, quando questa “ricreazione del mondo”, questa novità sarà portata dal Signore. Questo significa, fratelli e sorelle, che, a noi Chiesa, il Signore chiede di non essere aggrappati immediatamente ai risultati, ai tornaconti, ma di spenderci totalmente, sapendo che la ricompensa sarà Lui stesso e la ricompensa piena sarà quando saremo davanti a Lui.

Certo, il Signore qualche fioritura di bene, qualche frutto ce lo fa intravedere già in questo pellegrinaggio terreno, ma la verità di tutte le cose, la fioritura di ogni seme di educazione posto, di ogni fatica pastorale lo raccoglieremo davanti a Dio. Questo significa che, come comunità cristiana, dobbiamo rimettere l’orizzonte escatologico a tema nel nostro servizio pastorale. Dobbiamo rimettere il Paradiso a tema della nostra vita.

So che è diventata una parola quasi desueta. Il Paradiso, la vita eterna, questa è la ricompensa per chi si gioca la vita per il Signore, per chi fatica quotidianamente per la giustizia. Questa è la ricompensa per quelli che veramente si mettono totalmente al servizio di Dio.

Ecco che cosa il Signore si aspetta da noi: che siamo una comunità che ascolta, che custodisce; una comunità sapiente, una comunità prudente nel discernimento, una comunità giusta, una comunità che serve il Signore con umiltà, una comunità che non si tira indietro nella responsabilità educativa. Una comunità che attesta il Vangelo della grazia di Dio sapendo che la ricompensa verrà e sarà lo stare con Gesù e con i fratelli per sempre.

Però, fratelli e sorelle, se avete ancora un po’ di pazienza, oggi è anche la festa di un grande santo, San Benedetto, e io penso che il fatto che l’inizio del mio ministero, questa pagina nuova della storia di questa diocesi, cominci nella festa di San Benedetto, qualche valenza di significato deve pure averla. Perché, se esiste una potenza efficace della Parola di Dio, esiste anche un magistero dei santi che, pure nella tradizione cattolica, ha una grande valenza educativa. Allora, se guardiamo all’insegnamento e all’esperienza ecclesiale che egli ha provocato, ci chiediamo: secondo Benedetto, quale comunità piace a Dio, quale comunità è all’altezza dei suoi desideri? Guardando all’esperienza viva che la regola di Benedetto ha generato e che continua a generare anche nei nostri giorni, comprendiamo che l’ascolto e la custodia della Parola è veramente efficace.

Ancora, comprendiamo quello che San Benedetto ha scoperto sin da giovane, che bisogna, cioè, piacere solamente a Dio, bisogna avere questa misura alta nella vita ecclesiale, bisogna essere una comunità che prova a piacere a Dio e che in questa scelta radicale si spenda completamente.

San Benedetto ci ha ancora insegnato che, quando le comunità fanno sul serio, diventano una scuola. Per lui ogni monastero deve essere una scuola del servizio di Cristo. A questo servono le comunità: pur nella diversità dei tempi, pur nella diversità delle situazioni, ogni comunità deve essere un luogo educativo nel quale si apprende l’arte di servire il Signore. 

Ma San Benedetto ci insegna anche che le comunità vere non fanno mai sconti alla preghiera, nulla anteporre all’ufficio divino, all’opera di Dio che per lui è la preghiera comunitaria, il pregare insieme è indispensabile per la comunità. E ancora, Benedetto sa benissimo – e nella regola lo scrive – che all’interno delle comunità gli educatori debbono essere autorevoli e che essi, a cominciare dall’abate, dai responsabili delle comunità, sono autorevoli se con la loro vita attestano quello che insegnano.

I biografi di Benedetto dicono proprio questo: la sua vita insegnava più delle parole perché il magistero della vita è ancora più forte, più eloquente.  Egli vuole comunità nelle quali la dimensione contemplativa e la dimensione di impegno, la fatica, il lavoro… coesistano in modo ordinato perché così si rende gloria a Dio, mettendo insieme, cioè, la contemplazione e l’azione. Infine, Benedetto vuole che la comunità cristiana sia una comunità nella quale nulla si antepone all’amore di Cristo e così facendo ci fa vedere che la comunità cristiana ha una gerarchia di valori e l’amore per Gesù Cristo è il valore che gerarchizza tutto il resto.

L’amore per Gesù, questo partire dall’amore per Lui è il criterio che anima tutte le scelte di una comunità. Come sarebbe bello, fratelli e sorelle, se il magistero di questo santo illuminasse la nostra vita, fosse scritto a caratteri cubitali nei progetti pastorali che negli anni speriamo di poter costruire.

Ma voglio chiudere con un’ultima annotazione. San Benedetto sa che gli educatori e quelli che hanno autorità nelle comunità sono molto importanti. Il benessere e la qualità di una comunità dipendono direttamente dalla qualità dei suoi educatori. Allora Benedetto e io aggiungerei, anche un vescovo, i presbiteri, gli educatori, i catechisti: tutti abbiamo responsabilità educative.

Che cosa possiamo imparare da San Benedetto? San Benedetto dice che chi ha autorità dentro la comunità prende le veci di Cristo. Tiene le veci di Cristo chi guida una comunità. Chi ha autorità deve essere per la comunità un segno di Cristo, della sua tenerezza, della sua misericordia, della sua premura.

Ma Benedetto sa anche che chi ha autorità nella comunità deve essere un padre tenerissimo, una madre tenerissima, ma anche un maestro esigente.  Perché un educatore che non propone una meta alta ma che indica la superficialità morale e spirituale non ti vuole bene. Un padre tenerissimo è un maestro esigente perché i vizi vanno strappati e il male va estirpato.

Infine, Benedetto dice sostanzialmente che l’abate come ogni autorità deve essere più impegnato ad aiutare che a dominare: l’autorità deve essere attenta a questa tentazione. La tentazione del potere può rovinare un educatore e, molte volte, nella storia abbiamo visto gli effetti drammatici di questa possibilità. E aggiunge che l’educatore chi ha autorità deve sapere ascoltare tutti perché la volontà di Dio può venire anche dall’ultimo arrivato. Anche il più piccolo, il meno esperto, può essere la voce dello spirito. Quanto è vero questo e quanto dobbiamo tenerne conto nel cammino sinodale che ci vede impegnati in questi anni.

Allora, fratelli e sorelle, tutte queste cose possono diventare la mappa del nostro cammino. Abbiamo una mission, “Testificari evangelium gratiae”. Abbiamo indicazioni preziose.

Diamoci coraggio e mettiamoci con tutto noi stessi in questo compito così importante. Chiediamo l’aiuto ai nostri intercessori.  Lo chiediamo a Sant’Oronzo, ai Santi Giusto e Fortunato, a San Bernardino Realino, a San Filippo Smaldone, a Sant’Irene, che hanno accompagnato la nostra comunità nel tempo come modelli nei quali la “testificazione” della buona notizia della grazia di Dio è diventata visibile.

In ultimo, fratelli e sorelle, permettetemi questa annotazione di carattere biografico. Questa sera mi sento di essere accompagnato da intercessori potenti, perché sento che al balcone del cielo ci sono mio padre e mia madre.  C’è mio padre, serio, come quando partecipava all’Eucaristia e c’è mia madre con un sorriso solare, pronta con una risata a sdrammatizzare tutto. Dal balcone sento anche la presenza di Padre Benigno, che mi ha voluto così bene. Sento la presenza di don Guglielmo Motolese, che mi ha accolto in seminario. Sento la compagnia di tanti uomini e donne che ho conosciuto, che hanno fatto sul serio con Dio. A loro chiedo che questo sogno di Chiesa che il Signore ci ha messo davanti agli occhi diventi lo spartito della nostra vita. Amen.

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