IUBILAEUM ORONTIANUM LYCIENSE. Oronzo, Abramo di Puglia: analogie col grande patriarca

IUBILAEUM ORONTIANUM LYCIENSE. Oronzo, Abramo di Puglia: analogie col grande patriarca

articolo ripreso da portalecce
e scritto da Andrea Pino

Tra i temi più affascinanti del Giubileo Oronziano Leccese vi è sicuramente quello di vedere nel santo patrono del Salento l’Abramo di Puglia.

 

 

 

Lo si è ricordato più volte su queste pagine: almeno secondo la tradizione, Oronzo fu il primo uomo tratto dal paganesimo ad essere purificato e consacrato nella fede cristiana. Ciò lo rende l’autentico patriarca di tutti i fedeli della nostra terra. Dunque, Oronzo è in fondo il nostro Abramo. È molto interessante notare alcune analogie fra i due personaggi. La Genesi nulla dice sulla giovinezza di Abramo ma la letteratura midrashica e rabbinica racconta alcuni episodi significativi. Uno è la distruzione degli idoli. Il giovane Abramo, già prima di avvertire la chiamata divina, avrebbe infatti demolito gli idoli fabbricati dal proprio padre Terach. Considerando la realtà dell’antica Mesopotamia, c’è da ammettere che l’idolatria fosse estremamente diffusa e non mancava neppure l’usanza dei sacrifici umani compiuti dinanzi a quelle immagini. L’episodio sembra avere comunque un parallelo nel libro dei Giudici dove Gedeone frantuma un idolo di Baal (Gdc 6,25-32). In ogni caso, sono molti i passi dell’Antico Testamento in cui l’idolatria è condannata perché intesa come culto reso ai demoni.   

Singolare è vedere allora come, nelle fonti oronziane, le statue degli dèi del paganesimo classico crollino (o vengano abbattute) dinanzi alla presenza di Oronzo, il primo battezzato e protovescovo pugliese. Un celebre esempio di riflesso iconografico del tema è proprio la nota tela di Giovanni Andrea Coppola, che mostra ai piedi del santo l’idolo di Giove andato in frantumi. Si ricordi ancora che una vicenda molto simile è descritta nei Vangeli Apocrifi ed ha per protagonista lo stesso Cristo, ancora fanciullo in Egitto. 

Un altro episodio della giovinezza di Abramo, riferito dal midrash Bereshit Rabbah, è quello del fuoco di Ur. Condotto dinanzi al re Nimrod (costruttore della Torre di Babele e ricordato nel XXXI canto dell’Inferno dantesco), il patriarca biblico si sarebbe rifiutato di adorare gli dèi mesopotamici. Per questo sarebbe stato condannato ad entrare in un fuoco ma Dio che, ancora non gli si era rivelato, lo salvò facendolo uscire misteriosamente dalle fiamme. È da notare che il nome Ur, in sumerico, significa proprio “fuoco”. Nella Genesi si legge: “Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur” (Gn 15,7), espressione che poteva essere interpretata sia come “uscita dalla città”, sia come “dal fuoco”. Si noti come, nello stesso episodio, il divino si manifesta ad Abramo come una fiaccola ardente. In ogni caso, il racconto del fuoco di Ur ricorda molto quello dei tre giovani nella fornace di Babilonia descritto in Daniele 3,1-97 nonchè le numerose riprese nella letteratura agiografica martiriale cristiana dove i martiri, posti tra le fiamme, escono illesi. Il medesimo motivo lo si ritrova nell’opera I primi martiri della Chiesa di Lecce Giusto, Oronzio e Fortunato composta dal nobile leccese Carlo Bozzi nel 1672. In quelle pagine, infatti, dapprima Oronzio e Giusto e poi i loro discepoli sono condannati alla pena del fuoco per la loro fede cristiana ma non ne patiscono danno alcuno.

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