il Mistero Pasquale all’origine della vocazione e del mio sacerdozio
articolo ripreso da portalecce
I festeggiamenti giubilari per il 25° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Carlo Calvaruso sono già iniziati a San Pio ieri sera con la celebrazione eucaristica da don Alessandro D’Elia, già educatore presso il seminario regionale di Molfetta.

Secondo appuntamento stasera, 29 ottobre con la messa per la pace e la giustizia che sarà presieduta dal vescovo emerito di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, cui seguirà la lectio magistralis sul tema “Giustizia e pace. I sentieri del cristiano”.
Domani 30 ottobre alle 18 la santa messa seguita dall’adorazione eucaristica per le vocazioni al sacerdozio e, venerdì 31 ottobre, alla stessa ora, la messa vespertina prefestiva della solennità di Tutti i Santi.
Sabato 1° novembre è il giorno del Giubileo sacerdotale di don Carlo. Sarà l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta a recarsi a San Pio per presiedere la solenne eucarestia nel 25° anniversario di ordinazione. Intorno a lui non solo l’attuale comunità e i rappresentanti delle parrocchie che ha servito in precedenza ma anche gli amici presbiteri che con lui pregheranno affinché il suo sacerdozio continui ad essere segno sacramentale per la salvezza di tutti.
Don Carlo, i bilanci li fa il Signore ma se volessi riassumere i tuoi ultimi venticinque anni di vita, su cosa punteresti?
Infatti, più che di bilanci si può parlare di uno “stato delle cose”, che ho riassunto nel versetto “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”. (2Cor 4,10), una Parola che spiritualmente si è interiorizzata in questo periodo pensando alla mia vita. Senza sapere tra l’altro che anche gli esercizi spirituali per i presbiteri predicati dal nostro arcivescovo (LEGGI) sono stati un approfondimento della Seconda Lettera ai Corinzi. Si tratta di un’espressione emblematica di quel mistero pasquale che si trova all’origine della mia vocazione a partire dal giorno della Pasqua di resurrezione del 1994. In prospettiva vedo una grossa discussione all’interno della Chiesa che a tratti sembra creare anche profonde divisioni. Essa si inserisce nel cammino bimillenario del popolo di Dio, in continua tensione tra un ritorno sempre attuale al Vangelo e spinte istituzionali tendenti all’autoconservazione dell’esistente. Il pontificato di Papa Francesco e anche agli inizi di quello di Leone XIV sembrano orientare provvidenzialmente verso la prima via.
Un pensiero e un ricordo per ogni servizio che hai svolto nella Chiesa di Lecce e una dedica speciale per la tua comunità di San Pio X di cui sei parroco da appena tre anni.
Quando si viene consacrati il sogno più comune quello di andare a fare il viceparroco in qualche comunità parrocchiale, con i giovani soprattutto. Per me è stato diverso perché sono stato chiamato già negli ultimi due mesi di diaconato nella segreteria del compianto mons. Ruppi per aiutare il caro don Cesare le cui incombenze caritative diventavano sempre più esigenti. Di fatto mi sono trovato a fare il viceparroco di tutte le parrocchie, servendo i rispettivi pastori dal centro della diocesi e cercando di alleviare loro le loro necessità pastorali.
Poi è arrivata la comunità di San Lazzaro fino alla guida dell’attuale parrocchia leccese, passando prima per Santa Rosa e per l’Ausiliatrice di Monteroni…
A San Lazzaro abbiamo condiviso un anno pastorale col caro amico don Vito (Caputo, ndr), con cui abbiamo amministrato la parrocchia in un momento difficile. Con l’amicizia che già ci legava pur nella profonda diversità caratteriale, da lì abbiamo iniziato a rincorrerci in un cammino che ci ha visti lavorare molto spesso in parallelo sia negli uffici della Curia che come parroci di Lequile, dove in maniera spontanea abbiamo creato una sorta di zona pastorale nella quale le due comunità parrocchiali vivevano e agivano in maniera complementare su tutto il territorio del paese. La parrocchia di Santa Rosa in Lecce è stata di fatto l’unica comunità dove ho esercitato il ministero di viceparroco e si è rivelata un’ottima palestra di vita sacerdotale e pastorale che mi ha preparato bene per i successivi incarichi di parroco. L’Ausiliatrice di Monteroni resta il primo amore, quello che non si scorda mai, un’esperienza religiosa e sociale che ha consumato le mie prime energie di parroco giovane, intraprendendo iniziative pastorali anche inedite di cui i fedeli dell’intera cittadina ancora oggi portano il ricordo e che non mancano di attestarmi. Oggi la comunità di San Pio X è sposa amatissima in quanto carica di un’energia profetica e di uno spirito di carità che le proviene dal fatto che per prima ha dovuto e deve affrontare modifiche sociali, culturali e religiose che poi man mano si stanno diffondendo in tutte le altre parrocchie.
Ogni traguardo è una ripartenza. Da dove ricominciare ora sulla base di questi primi venticinque anni?
Si continua il cammino nell’alternanza di sofferenza e soddisfazioni che rendono attuale ed efficace la Pasqua di Cristo, nella speranza che non solo un mondo diverso e possibile ma anche una Chiesa diversa è ugualmente possibile, più somigliante al Cristo dei vangeli e prossima ai bisogni della gente.
