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RITROVARSI NEL VOLTO DELLA SANTITA’

La pittura come testimonianza e professione di Fede

 

Non è un mistero che Giuseppe Afrune appartenga “a quanti con appassionata dedizione cercano nuove ‘epifanie’ della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”, come si legge nell’epigrafe che apre “La lettera agli artisti” che S.S. Giovanni Paolo II volle promulgare il quattro aprile millenovecentonovantanove, nel giorno della Pasqua di Risurrezione, auspicando il realizzarsi di una nuova alleanza tra la Chiesa e i “geniali costruttori di bellezza”. E ciò è ben visibile, nell’ampia e costante produzione del pittore di Poggiardo, originata in gran parte dai suoi molteplici incontri con il sacro, e sviluppatasi in una sequenza di raffigurazioni leggibili che testimoniano il manifestarsi e il consolidarsi della Fede. In tale linea, ma rivendicando un’autonomia del tutto singolare, non fosse altro che per le modalità della sua attuazione: il tempo (il ricordo della memorabile visita di Papa Wojtyla nella città del Barocco) e il luogo (la Pinacoteca dell’Episcopio in Piazza Duomo a Lecce, da poco restituita ai fedeli e alla città), ecco oggi “… Spalancate le porte a Cristo. Omaggio al Beato Giovanni Paolo II”, la mostra delle opere che Giuseppe Afrune ha realizzato sul Papa poeta e viaggiatore che ha avuto l’onore e il piacere di conoscere, raffigurandolo in un succedersi pressoché infinito di posture, di gesti e di espressioni. Ventidue opere, o meglio ventidue ritratti di Karol Wojtyla, e con essi l’invito a compiere, per loro tramite, una sorta di percorso temporale che parte da quel memorabile “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” esclamato il ventidue ottobre millenovecentosettantotto nel corso della sua prima omelia quale successore di Pietro per giungere al Giubileo del duemila ed oltre, in una sequenza di immagini che, al pari di quelle parole che contenevano le linee ispiratrici del Suo lungo Pontificato, ribadiscono quale sia stata la fortezza nella Fede e il senso di responsabilità nella missione di quell’uomo venuto dall’Est. I “brevi ma intensi colloqui con Giovanni Paolo II, mi hanno fatto vedere la Luce”, dice Afrune, facendoci comprendere come la sua pittura debba intendersi non solo come fatto testimoniale e capacità di cogliere il senso e il significato del credere, quant’anche quale preghiera nel senso più completo del termine. Come in realtà accade muovendosi da un’opera all’altra, in una sorta di sequenza che appartiene alla storia degli uomini e quindi anche a noi tutti: a quelli che hanno avuto il dono di un Suo sguardo, di una Sua parola e di una Sua carezza, ma anche a tutti gli altri, a quell’universo che l’otto aprile duemilacinque, nella Piazza San Pietro gremita fino all’inverosimile, levava al cielo il voto “Santo subito”. Legato ad un particolar modo del dipingere che si rifà all’antico, per i supporti, gli impasti e i colori, Giuseppe Afrune costruisce un percorso che, fotogramma dopo fotogramma, racconta quell’ “essere ad un tempo pienamente uomo di Dio e pienamente uomo del suo tempo” del Beato Giovanni Paolo II, come si legge nella prefazione che Luigi Accattoli ha scritto per “Papa Wojtyla scrive …” la raccolta delle sue lettere dal 1985 al 1999 pubblicata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, e come sovente, tutti noi, abbiamo avuto modo di constatare. Anche personalmente, per quel poco o per quel tanto che ci è stato concesso. Dal saluto alla folla plaudente allo sguardo penetrante che avvolge e prende, alla sofferenza impressa nel viso e nel corpo, alla disponibilità all’ascolto, alla preghiera, alla gioia e alla serenità, all’assorta e quasi privata meditazione, al mistero dell’Eucaristia, al capo reclinato e alla schiena piegata sotto il peso degli affanni e delle ingiustizie del mondo, ai bianchi capelli scompigliati dal vento, all’incontro con Madre Teresa di Calcutta, alle mani aggrappate quasi ai bracci della Croce astile, al dubbio, ai gesti e agli abiti, all’intensità del pensiero, alla tenerezza e alla forza, all’essere inequivocabilmente Pastore, all’indimenticata immagine di apertura dell’ultimo Giubileo, Giuseppe Afrune ha saputo fermare sulla tavola e nell’affresco non tanto le molteplici espressioni del volto di un uomo, quant’anche ed ancor più, le rivelazioni dell’ animo di un interprete dell’umanità della sua epoca, che più e meglio di altri ha saputo “amare l’amore umano”. Consentendo alle opere (quella luce che affonda nella materia fino a renderla viva e vibrante, e quello sguardo del Beato che sembra seguirci nei nostri movimenti e che permane nella mente e nell’anima) di evocare momenti della nostra vita, e momenti che appartengono integralmente alla storia, facendoci ritrovare tutti insieme nel volto di Papa Wojtyla.

Toti Carpentieri

 

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