A colloquio con il nuovo Vescovo eletto di Nardò – Gallipoli, mons. Filograna (Vicario Generale della Diocesi Metropolitana di Lecce). Il ministero, il carisma, la dottrina del Pastore

A colloquio con il nuovo Vescovo eletto di Nardò – Gallipoli, mons. Filograna (Vicario Generale della Diocesi Metropolitana di Lecce). Il ministero, il carisma, la dottrina del Pastore

Solo pochi minuti dopo l’annuncio dell’Arcivescovo D’Ambrosio al Clero Leccese riunito in Episcopio insieme con le autorità del territorio, con lo scampanio solenne di Piazza Duomo a far da sottofondo, mons. Filograna rilascia la sua prima intervista da Vescovo di Nardò-Gallipoli.

Eccellenza, quali sono i suoi primi sentimenti dopo aver appreso dell’elezione a Vescovo di Nardò-Gallipoli? Con quale spirito affronterà questo nuovo percorso?

 È successo qualcosa che uno non si aspetta e quindi la prima è stata una sensazione di panico. Ho poi riletto il Vangelo, che parla della chiamata degli Apostoli: anch’essi si sentivano inadeguati e poi abbiamo visto che cosa hanno operato. Ecco, vado con questa fiducia, il Signore mi accompagna sempre.

Quali saranno i primi passi da fare nella sua nuova diocesi?

 Conoscerò, per prima cosa, i preti con i quali lavorerò. E quindi poi, pian piano, andrò a trovare le varie comunità che compongono la diocesi e inizierò camminare insieme con loro.

Se lo aspettava? 

Assolutamente no, era un pensiero lontano mille miglia, proprio non lo immaginavo.

Come ha esercitato fino ad ora, da sacerdote, il dono della paternità spirituale e pastorale?

Fino al 1996 il Vescovo ha voluto che mettessi le mie energie umane e spirituali a servizio del Seminario Diocesano e delle vocazioni al Sacerdozio. Sono stati anni straordinari, dove ho verificato il lavoro della grazia nel cuore dei giovani nel periodo di ricerca vocazionale e di sequela di Gesù. Poi è arrivata la decisione del Vescovo di lasciare il Seminario e servire la comunità della chiesa madre di Trepuzzi.

Cosa è cambiato nella sua vita con l’ingresso in Parrocchia?

 Sono entrato in punta di piedi e ho iniziato a dedicarmi alla conoscenza dell’ambiente dove ero chiamato a rinvigorire la fede e aprire solchi per gettare la semente del Vangelo. Tante iniziative, tanto fervore…, ma l’esperienza che mi ha lasciato un segno è stata la visita agli ammalati presso i quali mi portavo per la confessione e la comunione: mi ha permesso di entrare nelle famiglie e di entrare nel cuore della gente con il passo di Gesù. Poi camminando con le persone, ho maturato l’idea che non dovevo impostare la pastorale avvicinando solamente i bambini, nella speranza di portare gli adulti in chiesa, ma dovevo avvicinare le famiglie per portare in chiesa i bambini, attirandoli con la loro fede riscoperta e convinta e con il loro esempio contagioso. In questo ambito ma anche negli altri mi sembra di aver sperimentato quella paternità spirituale, che è proporre il vangelo nella sua interezza, creare nel cuore degli adulti la convinzione che la vita cristiana non è un vestito da mettere e togliere a seconda delle circostanze, ma è un cammino quotidiano di conversione che fa guardare con occhi diversi la vita e gli altri, appassiona e offre la vera libertà di cuore.

Secondo l’insegnamento di Papa Francesco e dei Pontefici che lo hanno preceduto. Il Signore ci ha fatto dono in questo intenso tempo storico di essere guidati da Sommi Pontefici che resteranno nella storia giganti, anche se ora non ne sappiamo apprezzare l’impronta che hanno lasciato o l’impronta che Papa Francesco sta tracciando. Mi piace ricordare Papa Roncalli prima e Papa Montini dopo: hanno inaugurato, guidato e condotto a termine il Concilio Vaticano II, e soprattutto Paolo VI ha guidato la Chiesa negli anni drammatici della contestazione. Mantenne fermo il timone, evitando sia nostalgici retromarcia, sia pericolose fughe in avanti. Con la sua sofferenza e il suo magistero mantenne unita la Chiesa. Poi ricordiamo la dolcezza e la santità di Papa Luciani, la straordinaria guida di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e infine la carismatica figura di Papa Bergoglio.

Quali stimoli per il suo ministero episcopale?

 Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Ma ad ogni Papa interessa vivere in unione con il Pastore della Chiesa, in confidenza con Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta. Il Papa è il primo che si abbandona, senza ambascia o inopportune ansie, al disegno misterioso di Gesù per la sua Chiesa. Siamo convinti, osservando queste meravigliose figure di uomini di Chiesa, non è il protagonismo del Papa a guidare la Chiesa. Diceva Benedetto XVI: “Vedo la Chiesa viva! La Chiesa non è mia, non è nostra, ma è del Signore, che non la lascia affondare; è Lui che la conduce…”. Questa stessa coscienza e questo stesso insegnamento lo ritroviamo ora in Papa Francesco. Ringrazio il Signore perché in Lui, Papa Francesco, vedo un esempio luminoso per il mio ministero episcopale.

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Da direttore spirituale e da rettore del seminario diocesano e da Vicario generale ha potuto toccare e sperimentare da vicina la bellezza della comunione presbiterale. Quali idee ha maturato sulla fraternità sacerdotale raccolta con il suo Pastore?

I presbiteri in quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo cooperano alla stessa missione e sono uniti da vincoli di fraternità. La comunione si realizza innanzitutto con la Santissima Trinità e poi si prolunga nella Chiesa, nella quale l’umanità si unisce alla Trinità. Con l’ordinazione sacerdotale ogni sacerdote instaura speciali legami con il Papa, il Vescovo con gli altri presbiteri, coi i fedeli.  Questa comunione trova un suo luogo significativo nella celebrazione eucaristica dove emerge l’unità del sacerdozio di Cristo. Da qui deriva la comunione nell’attività ministeriale, indispensabile per la evangelizzazione, dove è dannoso il soggettivismo nell’esercizio del ministero. E da lì scaturisce anche la fraternità sacerdotale con il Vescovo, coi confratelli, che non  è semplice convergenza di programma, ma consonanza, amicizia, fiducia reciproca, rapporti schietti. Fraternità sacerdotale e appartenenza al presbiterio sono, pertanto, elementi caratterizzanti il sacerdote.

Nella sua esperienza nella Chiesa di Lecce, da parroco e da Vicario, come ha guardato al ruolo del laicato cattolico alla luce dei documenti del Concilio di cui quest’anno celebriamo i 60 anni?

Il Concilio Vaticano II è stato la manifestazione più solenne del magistero della Chiesa nello scorso secolo, in continuità con tutto l’insegnamento precedente. I suoi documenti contengono una grande ricchezza e per noi costituiscono un’esortazione a metterli in pratica, con piena fedeltà, perché Cristo e il suo Vangelo raggiungano i cuori e le menti di milioni di persone. Leggere e vivere i testi del Concilio vuol dire amare la Chiesa, l’Umanità intera. La Chiesa è, in effetti, un popolo sacerdotale organicamente strutturato, che realizza la sua missione nel mondo con distinzione di funzioni, che però sono a loro volta interdipendenti. I fedeli laici esercitano la propria funzione evangelizzatrice a pieno titolo per il battesimo che li ha configurati a Cristo. La specifica partecipazione del laico alla missione della Chiesa consiste proprio nel santificare le realtà secolari, il mondo.

Cosa vuol dire per i laici partecipare oggi alla missione della Chiesa?

 Dire che i laici partecipino alla missione della Chiesa non significa prima di tutto e soprattutto dire che collaborano alle funzioni dei ministri sacri, anche se ciò è possibile e, a volte, opportuno. I laici partecipano alla missione della Chiesa, secondo una loro specifica funzione. Cristo, con la testimonianza della sua vita e con la potenza della sua parola ha proclamato il regno del Padre, ora continua il suo ufficio profetico non solo per mezzo della gerarchia, che insegna in nome e con la potestà di lui, ma anche per mezzo dei laici, che costituisce suoi testimoni provvedendoli del senso della fede e della grazia della parola, perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale. La capacità e la responsabilità evangelizzatrice dei fedeli laici non derivano da una delega data dalla gerarchia, ma direttamente da Gesù Cristo, mediante il battesimo e la confermazione. Nella vita quotidiana, con le sue molteplici relazioni familiari, professionali e sociali, i fedeli laici possono unire la testimonianza della loro vita e la parola che annuncia il Vangelo, contribuendo alla trasmissione del Vangelo da persona a persona, nel dialogo di amicizia sincera, come il lievito nella massa: “a modo di fermento”.

La Chiesa prosegue nel mondo la missione di Cristo che redime e salva l’umanità. Come va intesa la nuova evangelizzazione in una società così tanto difficile?

La Chiesa è solidale con il genere umano e con la sua storia. È a servizio dell’uomo. Continua la missione di Cristo, via verità e vita, che è venuto per salvare il mondo non per condannare. Oggi però la società, in seguito al fenomeno della secolarizzazione, si è andata sempre più allontanando da Dio e il rapporto chiesa-mondo è entrato in crisi. Prima era scontato considerare la fede come presupposto ovvio del vivere comune. Oggi questo presupposto non è più tale, anzi viene negato; la fede viene emarginata: c’è una profonda crisi. Nonostante la testimonianza di tante persone silenziose nelle nostre parrocchie…, il disorientamento è diventato culturale. Specie nell’Anno della Fede che stiamo celebrando… La Chiesa ha il compito di non fare diventare il sale del vangelo insipido, perché l’uomo di oggi e di sempre ha bisogno di Dio. La Chiesa deve andare incontro all’uomo per fargli ritrovare la verità della sua vita, il senso della storia, il gusto della Parola di Dio. A quanti, come noi, il Signore ha concesso il dono della fede, spetta il dovere di svegliarsi e svegliare coloro che sono immersi nel letargo di morte e di nonsenso. La Chiesa risponde al vuoto spirituale del nostro tempo con l’anno della Fede, con la nuova evangelizzazione… In questo contesto il ruolo educativo e sociale della famiglia è costantemente minacciato… Tra gli ambiti più minacciati dall’ondata dell’edonismo c’è la famiglia: aumentano le infedeltà coniugali, è diventato difficile educare, far crescere i giovani offrendo loro sicurezze per il lavoro, liberandoli dalle tante dipendenze… La Chiesa ha vissuto altri periodi critici come questo: anzi è nata in un contesto di decadenza dell’Impero Romano. Eppure sono stati proprio i papà e le mamme cristiane, con il loro impegno di infondere un tono cristiano nelle loro famiglie e nell’educazione dei figli, a fare delle famiglie luoghi di rinascita sociale. La Chiesa può e deve investire di più sulla famiglia e sulla educazione alla vita buona del vangelo. Entrare nel cuore dell’uomo anche attraverso la via della cultura e della comunicazione nelle sue più variegate sfaccettature, anche quelle più tecnologiche, diventa davvero decisivo. Oggi è urgente un profondo apostolato dell’intelligenza: comunicare sulla verità per comunicare la verità. È importante essere disponibili verso tutti, ma anche far conoscere il vangelo alle persone che si muovono negli ambienti intellettuali, a quanti lavorano nelle università, nel mondo della comunicazione, mass media…; Gesù ha detto: Voi siete la luce del mondo. Immagino i cristiani che spinti dall’esempio dei primi tempi della chiesa, si lanciano a promuovere una nuova cultura una nuova moda, che sia in accordo con la dignità della persona umana. Per loro natura i cristiani dovrebbero sforzarsi di arrivare ai mezzi di comunicazione e ai centri di opinione, per trasmettere una buona e solida dottrina, perché non c’è contrapposizione tra ragione e fede.

L’anima mia magnifica il Signore, nella memoria della Madonna del Carmelo… Ecco le trepidanti parole pronunciate da mons. Filograna nel rivolgersi ai suoi fratelli presbiteri e a tutti i convenuti, in seguito all’annuncio della nuova nomina da parte dell’Arcivescovo di Lecce, mons. D’Ambosio. 

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Non è facile prendere la parola. Dal giorno in cui il Nunzio mons. Adriano Bernardini mi ha consegnato la lettera di nomina da parte del S. Padre Francesco c’è stato un tumultuoso susseguirsi di sentimenti contrastanti: dall’emozione e trepidazione per la nomina a vescovo di Nardò – Gallipoli, ai sentimenti di profonda inadeguatezza. Sono consapevole che il Signore mi chiama ad una missione davvero alta e riconosco tutta la mia povertà. Ho rivissuto in questi giorni quella scena del Vangelo quando Gesù si avvicina Pietro per chiamarlo e Pietro risponde ‘sono peccatore’  Ho cercato di darmi spiegazioni, motivazioni per non avere paura… mi risuonavano nel cuore le parole di Paolo quando dice che Dio nei suoi imperscrutabili disegni ama fidarsi delle persone che valgono poco, sceglie strumenti inadeguati (1cor. 1,27). Ho capito ancora una volta che il Signore chiama tutti alla santità, e noi dobbiamo tendere alla santità lì dove ognuno di noi è chiamato a vivere, a servire e ad amare. Il Signore mi chiede di andare a vivere nella chiesa di Nardo Gallipoli e lì, mettermi a servizio della gioia e della santità dei fratelli di quella chiesa. Certo sento la commozione di lasciare la nostra chiesa di Lecce, che mi ha generato alla fede, mi ha amato, mi ha aiutato a crescere in questi anni e che ho servito per 36 anni con dedizione, con generosità, ma anche con tanti errori e difetti. Sono contento di avere speso sempre con entusiasmo tutti questi anni. Ho accettato la nomina, riconoscendo in essa la volontà di Dio e un riconoscimento alla nostra Chiesa. Ora continuo a dire il mio ‘si’ e so che posso contare non solo sulle mie deboli forze, ma soprattutto sulla sua grazia e sulla sua continua presenza. Dice San Paolo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio; (Rom. 8,28) omnia in bonum, e me lo sto ripetendo continuamente nel profondo del cuore. Tre semplici parole che racchiudono fede speranza e carità: per coloro che amano Dio tutto concorre al bene; siamo figli suoi, eredi e coeredi con Cristo, le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura, il Signore vince il male col bene, ottimismo… Ma poi sono certo di poter contare sulla preghiera di tanti fratelli e sorelle che ho incontrato in questi anni nel mio cammino. Perciò mentre oggi ringrazio il Signore per aver avermi donato la fede e avermi chiamato alla vita sacerdotale, lo ringrazio anche per avermi donato voi, confratelli presbiteri. Abbiamo avuto il dono di unire le nostre vite alla sua e fare di esse un’offerta a Lui gradita, per la sua gloria e per la salvezza delle anime: nel rinnovare oggi questa volontà chiedo di essere strumento docile nelle sue mani per comunicare agli altri la vita soprannaturale. Mi piace pensare al pennello nelle mani dell’artista: per servire deve avere alcune qualità: deve saper trattenere il colore o distribuirlo, deve saper tracciare toni forti e toni delicati. Deve essere subordinato all’artista. Deve diventare un tutt’uno con la mano dell’artista: da solo non servirebbe a nulla. Ma noi non siamo pennelli nelle mani di Dio, siamo figli suoi, sacerdoti, siamo partecipi della sua missione. E quando Dio nostro Signore progetta qualche opera in favore degli uomini, pensa prima alle persone che deve utilizzare come strumenti, e comunica loro le grazie necessarie. Dio ci ha scelti per fare la sua chiesa e questa missione divina ci dà quasi il diritto di ricevere le grazie e di portare a buon fine il lavoro apostolico che ci è stato affidato. Le opere di Dio sono perfette. Da parte nostra serve responsabilità e impegnare l’intelligenza, la volontà e il cuore, per realizzare la sua opera. Importante non frapporre ostacoli all’azione della grazia pur con le nostre debolezze, ma fiduciosi nella misericordia di Dio e poi occorre una profonda unione con il Signore per far arrivare la linfa dell’amore alle anime. Chiedo al Signore che nel celebrare i suoi misteri, possa imitare nella vita quello che celebriamo, che il mio io diminuisca affinchè Lui cresca in me, che mi aiuti a nascondermi e scomparire, a non cercare alcun tipo di protagonismo, perché appaia la sua efficacia salvatrice: è bello nascondersi e scomparire, preferire il sacrificio nascosto e silenzioso alle manifestazioni appariscenti e vistose. Desidero mettere tutto quanto è mio a disposizione di Dio: prestare la voce perché sia lui a parlare; prestargli le mani, perché sia lui ad agire, prestargli corpo e anima perché cresca in me e nei fratelli. La vita terrena di S. Maria, madre di Cristo e dei sacerdoti, fu un fiat sincero, pieno di dedizione, portato a compimento fino alle ultime conseguenze, non si è manifestato in gesti spettacolari, ma nel sacrificio nascosto e silenzioso di ogni giorno. E ora ringrazio ciascuno di voi qui presenti per aver risposto all’invito dell’Arcivescovo. Non volevo scomodarvi in questo giorno di vacanza. Ringrazio il S. Padre Papa Francesco che presiede alla carità della chiesa: grazie per la fiducia che ha riposto nella mia povera persona, grazie per la freschezza del Vangelo che in maniera speciale, viva, risplende sul suo volto innamorato di Dio. Un grazie particolare, pieno di affetto e riconoscenza al nostro Padre e Pastore, per quello che è stato per me sin dal primo incontro a Manfredonia, per il bene e la stima che ha riposto in me…Eccellenza, è dal profondo del cuore che le esprimo la mia riconoscenza, perché in questi anni mi ha permesso di starle vicino e avvertire la sua statura di maestro e padre. La ringrazio per aver creduto alla mia persona, grazie per il suo amore premuroso: mi ha accompagnato con pazienza, illuminando con il suo esempio e con le sue confidenze i passi della mia vita di prete. Sarà sempre per me Padre, fratello e amico. In Lei rivedo e ringrazio tutti i pastori della nostra Chiesa che mi hanno guidato nel cammino vocazionale e sacerdotale: i vari pastori da mons. Minerva a mons. Mincuzzi, che ancora giovane di anni di sacerdozio ha scommesso su di me affidandomi la cura del Seminario Minore. Grazie a mons. Ruppi e mons. Mannarini: quanti insegnamenti, incoraggiamenti, ricordi… quando erano vicini alla morte e avevo la possibilità di incontrali, mi stringevano forte la mano e mi fissavano con gli occhi quasi a dirmi… ora capisco. Il Signore li porti nella sua Gloria. E parlando di coloro che ci hanno preceduti, concedetemi di ricordare don Ugo De Blasi, del quale ho sentito l’affetto e una forte guida all’inizio del mio sacerdozio, e poi mons. De Grisantis, mons. Riezzo… e tante figure belle del nostro presbiterio. Hanno lasciato un segno indelebile in tutti noi. La loro preghiera e la loro intercessione ci siano di aiuto nel nostro ministero.  Dal cielo ci sorridono e ci benedicono. Tornando ora sulla terra rivedo il volto amico di mons. Donato Negro, sempre vicino e fratello sincero, mons. Marcello Semeraro, di mons. Luigi  Pezzuto , del card. Salvatore De Giorgi…E grazie grazie a voi confratelli sacerdoti: il vostro impegno sacerdotale, lo zelo e l’amicizia mi hanno aiutato a conoscere, amare e servire la nostra Chiesa. E’ colpa anche vostra la mia nomina a Vescovo, avendo fornito voi le informazioni. Ringrazio le comunità parrocchiali di Trepuzzi e S. Giovanni Vianney per il bene con cui mi hanno circondato, i miei compaesani.. Saluto e ringrazio Voi, Autorità qui presenti, perché vi siete scomodate: voglio oggi dirvi il mio grazie perché in questi anni mi è stato possibile dialogare con voi nel rispetto delle competenze di ciascuno, e ho apprezzato la vostra dedizione per il bene del nostro Popolo. Ho finito, ma concedetemi un pensiero di lode al Signore per la chiesa di Nardò-Gallipoli alla quale mi invia come pastore e maestro. Anche Nardò Gallipoli è una chiesa bella, per la fede e la carità della sua gente, per la sua storia e le tradizioni, per i suoi santi, e per la tenacia e la speranza con cui ogni giorno lottano per uscire dalle situazioni sociali difficili che stiamo vivendo. Signore, ti lodo oggi e ti ringrazio per i benefici che mi hai concesso, soprattutto per il dono del ministero sacerdotale. Ti lodo con la consapevolezza delle fede, che illuminata dalla preghiera liturgica , ripete: Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie. I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza ma ci ottengono la grazia che ci salva. Amen (IV prefazio).

Don Fernando

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