1. La Vergine Santa, la Regina di Siponto, la Madre nostra, oggi accoglie tutti noi che festosi e devoti la celebriamo e veneriamo nella sua grande e unica dignità per lei proclamata, come abbiamo ascoltato or ora dall’annunzio del Vangelo, dalla donna piena di Spirito Santo, Elisabetta: “benedetta tu fra le donne perché più che benedetto è il frutto del tuo grembo: Gesù”.
La storia di fede della Chiesa da sempre è segnata dalla presenza e dalla devozione alla Santa Madre di Dio. Non riusciremmo a capire la sua storia, il suo cammino, il suo intrecciarsi alla vicenda umana spesso contorta e sofferta, senza la presenza e l’amore a questa Madre, icona della fedeltà alla Parola che dà vita e salva, speranza certa di redenzione e novità, anticipo e profezia dei cieli nuovi e della terra nuova.
La storia di questa nostra comunità avrebbe anfratti oscuri e non percorribili se a vegliare su di essa e a darle speranza, non ci fosse questa Madre il cui occhio grande, pensosamente mesto e grave, interrogante, accogliente, forse anche ammaliante, perché intriso di mistero che ella però continua a mostrarci, a indicarci con quella mano destra che sfiora il manto regale del Bambino Gesù a cui ci rimanda per essere certi di trovare la luce che rischiara i nostri passi sul sentiero di pellegrini che cercano l’incontro pieno con il Dio vivo e vero.
Da secoli l’incontro e la certezza della presenza di questa Madre che veglia sulla sua comunità, ci ha rinfrancati e le tristi vicende della nostra storia segnata da abbandoni, da povertà ricorrenti, da distruzioni e saccheggi, da violenze gratuite, barbare e assassine, da interventi sul territorio arbitrari e ingiustificati che hanno pagato il nolo a politiche sbagliate ed esosamente prezzolate che ancora oggi mostrano i vanesi sogni di gloria che il mare inghiotte senza una decisa inversione che paghi alla nostra comunità debiti contratti con povertà, incertezze e danni anche al nostro habitat.
Tutte queste vicende hanno trovato nello sguardo intensamente partecipe della Madre e Regina della nostra comunità, lo stimolo e la forza per ricominciare a lottare con i segni certi di una storia non più matrigna e avversa, ma complice nel ridisegnare i tratti di una speranza nuova e creatrice.
2. Celebrando la festa della Regina di Siponto, vogliamo leggere le nostre giornate e la nostra storia con i tratti di fiducia e di speranza che la presenza e l’amore di questa Madre ci garantiscono con certezza. A lei, soprattutto in questo giorno di festa, vogliamo ripetere la nostra corale invocazione: “A te ricorriamo noi esuli figli di Eva,… vita dolcezza e speranza nostra,…volgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”.
Siamo ben consapevoli che queste invocazioni non ci esautorano dalle nostre responsabilità, dai nostri compiti, dall’essere costruttori convinti e consapevoli di una umanità e di un mondo rinnovati.
A noi cristiani non può appartenere la bandiera bianca della resa. “La Chiesa non è solo il luogo del bisogno di guarigione, di serenità, di pace, di armonia spirituale”. La Chiesa è casa e luogo di comunione. È sguardo sulla storia da amare e costruire, è il luogo in cui la mia libertà “che oscilla tra desiderio illimitato e capacità limitate, si trova non solo guarita dal suo delirio di onnipotenza, ma diventa una libertà liberata per la comunione” (Testimoni di Gesù Risorto speranza per il mondo, n.3), per l’incontro, per la partecipazione, per la condivisione.
Qui veniamo a scoprire e a ricevere la ragioni vere della nostra presenza alla storia e del contributo che ad essa siamo chiamati a donare per inserirci, col nostro apporto, al dinamismo dei tanti che superano le molteplici diversità non annullandole ma sintetizzandole e discernendole con l’arte del dialogo che fa comprendere e amare.
3. In questo giorno di festa vogliamo invocare l’intercessione della nostra Regina, domandandole che presenti al Figlio suo , Liberatore e Redentore, la preghiera che abbiamo ascoltato nella prima lettura, quella della regina Ester, impotente e sola di fronte al male che grava sul suo popolo schiavo e destinato alla distruzione e all’annientamento:
“ Accorri in mio aiuto, perché sono sola e non ha nessun altro che te, Signore, mio Dio…
Dai libri dei miei antenati ho appreso che tu, Signore, liberi quanti in te si compiacciono sino alla fine.
Liberaci dalle mani dei nostri nemici…”.
L’esperienza della solitudine la sperimentiamo di fronte ai drammi grandi della nostra personale esistenza che ci trovano deboli, fragili, disorientati, confusi.
E’ questa solitudine che ci prende di fronte ai ripetuti e quotidiani assalti a sicurezze faticosamente raggiunte.
C’è la solitudine che prende noi adulti incapaci di capire e dialogare, nonostante ripetuti e sinceri tentativi, con le giovani generazioni che sembrano allontanarsi sempre più da noi, dal nostro modo di pensare e progettare, assenti e non partecipi alla grande pagina della vita sociale e di gruppo, indifferenti talvolta alle nostre preoccupazioni e paure.
Ma c’è anche la solitudine delle giovani generazioni, quello che con un eufemismo continuiamo a chiamare ‘pianeta giovani’, che sembra preferire l’uscita dal sistema che non riesce a cogliere e a dare risposte ad attese incerte e nebulose, delusi dai molti idoli a cui hanno o avevano consegnato la loro vita e i loro ideali.
Oggi si ha l’impressione che i percorsi dei giovani e degli adulti, si snodano lungo rette parallele che, benché vicine e uguali, accentuano l’impossibilità di un incontro e di un dialogo.
In tal modo aumentano i vuoti e le assenze e si sfoca in contorni incerti l’appartenenza civile e sociale. Si appanna la forza di un radicamento in una comunità che annunzia e testimonia il vangelo della speranza ma anche quella di un radicamento in una storia civile, dotata delle sue tradizioni e alle prese con i grandi problemi del lavoro che non c’è, della casa che non si trova , dell’ambiente che si sfigura, degli immigrati che in sempre maggior numero e con le loro povertà entrano nelle nostre comunità, della pace sempre insidiata e lontana.
4. Signore, per intercessione della tua e nostra Madre, liberaci dalle mani dei nostri nemici:
• la paura di lavorare o impegnarsi per la crescita del bene comune
• l’indifferenza di fronte ai mali che ci rattristano
• la latitanza e la fuga dal bene comune
• l’egoismo che ci fa assenti ed estranei ai drammi e alle sofferenze dei nostri simili
• la facile acquiescenza ai compromessi, alla svendita dell’onestà, al mercimonio anche del proprio corpo
• il crollo anche tra noi del valore e della saldezza della famiglia, scegliendo le cosiddette nuove forme precarie e ad libitum di unione, che vanno dalla fedeltà a tempo all’introduzione di un concetto di famiglia che tenta di adeguare la sacralità di questo istituto alla novità delle mode che si vogliono far passare come evoluzione giusta e giustificante verso pseudotraguardi di progresso , verso una società multietnica e multiculturale, prodotti della globalizzazione con cui, si dice, va guardata l’evoluzione della storia e del mondo.
Madre, liberaci dalle mani di questi nemici.
A noi, discepoli del tuo Figlio, spesso soli e indifesi, donaci il tuo aiuto, il tuo sostegno, la tua intercessione, perché i pericoli della tacita acquiescenza, dell’adattamento alle nuove mode, al relativismo etico, ci hanno raggiunti e tentano di conquistarci e garantirsi così il silenzio e l’omertà di fronte al tentativo continuo di dare al male, nelle sue varie e subdole forme, la copertura e la maschera di un ben che tale non è.
A te ricorriamo, o Madre.
Salvaci e liberaci da ogni pericolo ,
Vergine gloriosa,
vita, dolcezza e speranza nostra.
Amen. |